31. 05. 2020 Ultimo Aggiornamento 29. 05. 2020

Istat & indagini statistiche. Il ministro Madia risponde alla seconda e alla terza interrogazione del M5S, ma non alla prima

Categoria: Istat

Alcuni mesi fa, nel dare notizia della presentazione di tre interrogazioni parlamentari da parte di un gruppo di senatori del Movimento 5 Stelle [1, 2, 3], che segnalavano presunte irregolarità in merito alla gestione di contratti per la effettuazione, da parte di una società, di importanti indagini statistiche, ci eravamo impegnati ad informare sul contenuto delle risposte, non appena fossero state rese pubbliche dal ministro interrogato.

Dopo oltre un anno dal primo dei tre atti di sindacato ispettivo (n.4-00148 del 8 maggio 2013), il ministro Marianna Madia, che ha la vigilanza sull’ente statistico, ha risposto alla seconda (n. 4-01149) e alla terza (n. 4-01585), ma non alla prima.

Nonostante i rilievi mossi dai senatori del Movimento fondato da Beppe Grillo avessero ad oggetto questioni differenti, le due risposte [1, 2] risultano, virgole comprese, praticamente identiche. Un unico blocco di 45 righe, al quale sono state inserite una volta 7, un’altra 8 righe di valutazioni, che appaiono poco attinenti alle questioni sollevate dagli interroganti.

Le storie risalgono al 2011 e riguardano vicende inerenti la conduzione di sei indagini statistiche, in parte col metodo CAPI (computer assisted personal interview) e, in parte, con il metodo CATI (computer assisted telephone interview), per un importo  totale di quasi 18 milioni di euro (Iva, inclusa).

Con la prima interrogazione, del maggio 2013, i senatori chiedevano tra l'altro di conoscere le motivazioni per le quali, a fronte dei gravi ritardi nella raccolta dati da parte della società incaricata, l’Istat non solo concedeva proroghe ma sottoscriveva due atti aggiuntivi, con i quali anticipava i tempi di pagamento. Tali rilievi, come già detto, attendono ancora risposte.

Nella seconda interrogazione, riguardante l’indagine EU-SILC 2011, si ipotizzava una inopinata modifica del termine finale di conclusione dell’indagine, che avrebbe consentito di far rientrare nell’anno 2011 una consistente porzione di interviste in concreto effettuate soltanto nell’anno successivo. Si ipotizzava, inoltre, che tale modus operandi potesse aver riguardato anche altre variabili.

La risposta fornita dal ministro vigilante sembra non contribuire molto a chiarire i fatti contestati. In particolare, il vigilante nulla dice in merito alle reali date di effettuazione delle interviste. Si dichiara soltanto che il numero di interviste effettuate è superiore al minimo richiesto dai regolamenti comunitari; cosa peraltro mai contestata dai senatori interroganti.

Dubbi circa la corretta conduzione dell’indagine EU-SILC sono stati manifestati  anche in sede Ue, dove è stata presentata un’ulteriore interrogazione alla Commissione competente, dall'eurodeputato Niccolò Rinaldi, con la quale si chiedeva di sapere se l’Istat fosse stato rispettoso delle norme e dei regolamenti comunitari, nonché della deontologia professionale, dal momento che, ad avviso dell'interrogante, l’Istat aveva:

-modificato, per 4.909 famiglie intervistate nel 2012, la variabile “giorno dell’intervista”, facendole risultare effettuate nel 2011;

-modificato i dati relativi alla variabile reddito degli autonomi, moltiplicando gli stessi per la costante 1,173. Ciò per non dover interrompere, data la notevole differenza rispetto al 2010, la serie storica.

Anche questa risposta [1, 2] è apparsa non del tutto esaustiva, in quanto la Commissione ha scritto che “non dispone di elementi che inducano a ritenere che l'istituto statistico nazionale italiano non abbia rispettato i requisiti stabiliti dal regolamento (CE) n. 1177/2003. La data delle attività sul campo è correttamente registrata nel fascicolo dei dati validati e la relazione di qualità documenta l'evoluzione della metodologia utilizzata e delle procedure d'imputazione”.

Nel mese di gennaio 2014, viene presentata la terza interrogazione. I senatori interroganti, sempre per l’indagine EU-SILC 2011, chiedono ragguagli circa la rispondenza tra le prestazioni previste dal contratto e quanto realizzato e liquidato, nonché i motivi che avrebbero condotto sia alla concessione di una proroga, sia alla mancata applicazione di penali per i ritardi accumulati dalla ditta appaltatrice, anche rispetto alla proroga stessa.

A questa interrogazione il ministro ha fornito una risposta quasi fotocopia della precedente, rimarcando che “la conclusione dell’indagine ha registrato uno slittamento di tre mesi, dal 31 dicembre 2011 al 31 marzo 2012; conseguentemente sono stati prorogati i termini di chiusura delle operazioni di indagine … sulla base delle motivazioni addotte dalla società Unicab quali l’alluvione nell’area ligure nei primi giorni di novembre 2011 e l’alluvione nell’area Lunigiana e delle Cinque terre dell’ottobre 2011".

Il ministro, però, sembra ignorare che - secondo gli interroganti - l’unica proroga concessa dall’Istat, con nota del 20 dicembre 2011, a firma del Direttore Centrale delle statistiche socio-economiche, fissava come termine per l’ultimazione dell’indagine la data del 31 dicembre 2011 e non del 31 marzo 2012.

Il richiamo a dolorosi episodi alluvionali, oltre ad apparire di pessimo gusto, non sembra sufficiente a giustificare i ritardi. Tra tutti i comuni colpiti, anche lievemente, da tali alluvioni, ad aver partecipato  all’indagine sarebbe stato un numero davvero esiguo, per un insieme di famiglie che non supererebbe il 3% del campione. E’ come voler far credere che l’alluvione a Genova abbia causato danni anche in Sicilia, Trentino Alto Adige o in Sardegna!

Giuridicamente insostenibile si appalesa, poi, l’affermazione del ministro secondo la quale la risoluzione del contratto e l’applicazione delle penali previste siano facoltà esercitabili solo nel caso in cui le esecuzioni ritardate oltre il 30° giorno ammontino ad oltre il 25% del numero totale delle interviste commissionate.

Sul punto, l’art. 298 del d.p.r. 207/2010 statuisce che “Qualora la disciplina contrattuale preveda l'esecuzione della prestazione articolata in più parti, nel caso di ritardo rispetto ai termini di una o più di tali parti le penali di cui ai commi precedenti si applicano ai rispettivi importi, con le modalità stabilite nel contratto”.

Il tenore del contratto di appalto non sembra lasciare dubbi: i ritardi nell’esecuzione comportano l’applicazione, obbligatoria, e non discrezionale, delle penali come determinate dall’art. 13 del contratto stesso. Solo per la risoluzione è prevista discrezionalità, laddove vi sia un ritardo oltre i trenta giorni, le esecuzioni ritardate rappresentino oltre il 25% delle interviste commissionate, o in ogni altro caso di grave inadempienza.

Pertanto, come già detto, le risposte del ministro non aiutano a far luce sulle anomalie segnalate dai senatori interroganti.

A meno che il rappresentante del governo non abbia inteso anticipare un’altra riforma, ovvero una nuova fattispecie di contratto di appalto, dove tra le prerogative dell’ente pubblico committente non vi siano più quelle di monitorare, verificare e controllare le prestazioni richieste bensì quella di garantire il pagamento, meglio se anticipato, anche di prestazioni non correttamente eseguite.


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