Categoria: Il Foglietto

M. L’uomo della provvidenza di Antonio Scurati, editore Bompiani, 2020, pp.645, euro 23.

Recensione di Adriana Spera

Dopo M. Il figlio del secolo, già recensito dal nostro giornale, appare quanto mai utile leggere questo secondo capitolo della preannunciata tetralogia di Antonio Scurati, per comprendere quanto siano pericolosi i partiti o i movimenti che non corrispondono a delle comunità, che si basino sul culto di una persona, anziché su meccanismi collegiali e democratici.

Un fenomeno che - dalla nascita della cosiddetta Lista Pannella in poi, passando per Forza Italia per Berlusconi Presidente e per il Movimento 5 stelle Beppegrillo.it e, da ultimo, alla Lega-Salvini premier - si è andato sempre più diffondendo in Italia, di pari passo con lo scadimento della classe politica. Un fenomeno che ha lambito, pur senza assumere alcuna denominazione personale, anche il PD ai tempi di Renzi.

Insomma, di forze politiche il cui fulcro è il leader, dominus di ogni decisione senza che vi sia alcuna possibile discussione collegiale, ve ne sono sempre di più e non si può certo dire che la nostra democrazia ne abbia guadagnato.

In questo secondo libro della sua tetralogia su Mussolini, Antonio Scurati analizza per l’appunto la trasformazione di quello che da giovane era quasi un anarchico anticlericale, poi socialista rivoluzionario, quindi il conservatore fondatore di quel movimento dei fasci italiani da combattimento che non riesce a controllare e, da ultimo il dittatore travestito da statista che tutto decide, dentro e fuori dal suo partito, ammaliando un intero paese, tanto che persino Pio XI, dopo la firma dei Patti lateranensi, lo definirà l’uomo della Provvidenza.

Il libro parte dal 1925 quando il dittatore, vistosi prossimo alla caduta per lo scandalo seguìto all’omicidio Matteotti, si ammala di ulcera. Ma, ancora una volta, risorge dopo una caduta, reagisce e sfida la Camera dichiarando “Io, io solo porto la responsabilità politica, morale e storica di quanto è accaduto. Io sono l’Italia, io sono il fascismo, io sono il senso della lotta, io sono il dramma grandioso della storia. Se c’è qualcuno che osi impiccarmi a questo ramo nodoso si alzi adesso e tiri fuori la corda”.

Quello che ha dinanzi, però, è un Parlamento inerte e lui ne esce più forte di prima. Anzi, è proprio quel 3 gennaio 1925 un’altra tappa decisiva per l’affermazione della dittatura fascista, perché, se prima si aveva a che fare con le scorribande di squadracce apparentemente incontrollabili e fuori legge, ora, nelle 48 ore successive a quel discorso, è il ministro dell’interno che chiude centinaia circoli politici, esercizi pubblici sospetti di attività politica, gruppi e organizzazioni d’opposizione, che mette sotto controllo reti telefoniche e posti pubblici, ordina perquisizioni e arresti.

Il fascismo diventa così pervasivo che l’allora segretario del partito Roberto Farinacci, il più oltranzista dei gerarchi, dirà “il fascismo non è un partito è una religione!” e si comincia a teorizzare un nuovo tipo di italiano: l’uomo fascista, coraggioso e, al contempo, obbediente al Duce che stabilisce ed elargisce, nella misura e nei limiti stabiliti di volta in volta ad personam, prebende e dosi di libertà (proprio in questi anni verrà redatto il codice Rocco. Ahimè, dal 1930, tutt’ora largamente vigente).

Ma sono anche gli anni in cui avviene la trasformazione del movimento fascista nel partito dell’uomo solo al comando. Defenestrato l’intransigente, il falso moralizzatore, Farinacci viene sostituito con il debole Augusto Turati cui viene affidata la mission impossible di arrivare ad un Partito definitivamente “inquadrato” in cui cessi ogni diatriba, si cancelli ogni personalismo (e ce ne sono davvero troppi), perché deve essere solo lui, M, il Capo, a decidere. E il nuovo segretario ubbidisce, persino le direttive che impartisce ai dirigenti di partito le ribattezza “fogli d’ordine” (la stessa denominazione data nell’esercito alle disposizioni dei comandanti ai subalterni).

Come vedremo, è una guerra persa, in cui a perire sarà proprio il Turati, perché i capi fascisti sono ingorde sanguisughe avide di denaro e potere, l’un contro l’altro armati. Divisioni che faciliteranno il progetto mussoliniano dell’uomo solo con i pieni poteri.

M, infatti, stabilisce dapprima che i membri del massimo organo del regime, il Gran Consiglio, verranno nominati (non più eletti) e, successivamente, di fatto li esautora affidando i loro poteri ai prefetti. Così la compagine governativa è concentrata nelle sue mani mantenendo per sé le deleghe relative a ben sette ministeri.

Un partito che, con il segretario Achille Starace e il comandante Rodolfo Graziani (l’uomo delle conquiste coloniali), data la crudele stupidità dei personaggi, fa pensare ai fascisti su Marte, di Corrado Guzzanti.

Intanto, gli italiani vivono in condizioni economiche sempre peggiori. Anche a causa della speculazione finanziaria, la crisi della lira si ripercuote sul costo della vita e con i provvedimenti conseguenti a quota 90 (l’obiettivo è raggiungere il cambio con la sterlina a 90 lire) le retribuzioni saranno pure ridotte, ma il dittatore chiede di fare i necessari sacrifici perché “il fascismo non è soltanto un partito ma un regime, non è soltanto un regime ma una fede”.

Con la riforma della polizia ora guidata, con polso duro e clientelare, da Arturo Bocchini da San Giorgio la Montagna, nessuna forma di opposizione, neppure una semplice critica o persino una battuta che irrida il dittatore è consentita. La repressione diviene “sistematica, capillare e preventiva”. Agli oppositori più in vista viene tolta persino la cittadinanza; tutti sono sotto controllo, vengono intercettati persino i gerarchi e lo stesso capo del governo e non mancano certo i complici del sistema: i delatori tra gli oppositori, specialmente tra gli esuli.

Il fascismo dovrà essere dappertutto, perché come sentenzia M “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”. Per gestire tutto questo, il dittatore chiede 50milioni di fondi neri da gestire personalmente, senza doverne rendere conto ad alcuno.

È lo Stato di polizia, che culminerà con la nascita dell’Ovra, nel 1927.

La difesa dello Stato e dell’ordine pubblico, d’ora in poi, coincideranno con la difesa di Mussolini, del suo corpo mitizzato, ciononostante, gli attentati alla sua persona si susseguono.

Nel frattempo, in Italia, è tutto un fiorire di opere pubbliche e di nuovi enti pubblici. La scuola deve formare i nuovi fascisti. La fisionomia dell’apparato statale cambia: sotto un apparente ammodernamento, v’è la pervasività del regime in ogni aspetto della vita degli italiani (persino in camera da letto) ogni diritto individuale è cancellato, tutti vengono schedati.

All’estero, questi cambiamenti vengono letti non come la nascita di un regime dittatoriale ma come la nascita di uno stato moderno e piovono gli elogi, dal Washington Post a Churchil. Le altre nazioni democratiche non vedono, o fanno finta di non vedere - perché temono di più una svolta come quella avvenuta il Russia - che intanto il regime fascista ogni giorno diventa più duro: si espellono i deputati d’opposizione dal Parlamento, si ritirano i passaporti ai dissidenti, vengono soppressi i giornali d’opposizione, sciolti gli altri partiti, istituiti il tribunale speciale per i reati politici e il confino di polizia. Nei tribunali speciali non v’è diritto di difesa, i giudici vengono scelti nei ranghi dell’esercito.

Gli unici oppositori rimasti sono i comunisti.

In tutta questa storia, fin dall’inizio nel 1922, le colpe più gravi vanno ascritte ai Savoia. Vittorio Emanuele III è il maggior comprimario di Mussolini: non solo lo pone a capo del governo ma arriva persino ad elevarlo, mediante onorificenza, al rango di proprio cugino; lo riceve insieme ai suoi gerarchi al Quirinale con tutti gli onori. Non esercita mai le proprie prerogative, neppure quando vengono abolite le elezioni e si perviene con un plebiscito ad un Parlamento di nominati.

Lo Statuto albertino di fatto è abrogato, ma il discendente di Carlo Alberto non ha nulla da obiettare. Così come i leader delle nazioni vincitrici della prima guerra mondiale che non vedono le manovre di politica estera di M per allacciare alleanze con i paesi sconfitti e, soprattutto, con gli emergenti movimenti nazionalsocialisti.

Nessuno ha da ridire neppure sulle politiche coloniali di Mussolini che per conquistare la Libia ricorre anche all’uso delle armi chimiche, come l’iprite, pur avendo sottoscritto nel 1925 il protocollo di Ginevra, che proibiva l’uso in guerra di gas asfissianti e tossici. Tutti tacciono, pur sapendo dei campi di concentramento realizzati in Cirenaica dove vengono internate migliaia di persone in condizioni subumane.

M, l’ex socialista rivoluzionario, ora è un dittatore riverito in Italia e nel mondo, il figlio del fabbro che andava a scuola con le scarpe sulle spalle per non consumarle è ora un ricco statista mentre gli italiani sono ormai privati di ogni diritto e della dignità, ma innamorati di questa sorta di semidio.

Con la sua scrittura lieve, Antonio Scurati, con discrezione, porta, chi non sa o non ricorda, a capire, a ricordare quello che è un percorso inevitabile quando vi sono gli uomini soli al comando, gli uomini che chiedono per sé i pieni poteri.

Un percorso da non ripetere.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

I cookie ci aiutano a fornirti i nostri servizi. Utilizzando i nostri servizi, accetti le nostre modalità d'uso dei cookie. Per saperne di più