Categoria: Il Foglietto

Vado un paio di volte l’anno in Canada, in particolare a Montréal, Québec, per ragioni personali.

Il Canada, membro del Commonwealth - e del G7 - è una monarchia costituzionale; il sovrano è la regina Elisabetta, come altri 13 stati fra cui Australia, Nuova Zelanda, Belize etc. E’ organizzato su base federale: si compone di 13 Province dotate di autonomia, di dimensioni molto variegate, che hanno aderito alla federazione in tempi molto diversi, dal 1867 al 1949.

Conta circa 38 milioni di abitanti e la frontiera terrestre più lunga del mondo con un solo paese, gli Stati Uniti (circa 9.000 km compreso il tratto con l’Alaska); è il secondo paese al mondo per superficie (circa 10 milioni di km2).

In Canada convivono molteplici gruppi etnici e religioni, e vi hanno trovato rifugio numerose persone in fuga da guerre, stragi e altro: di recente Siriani, accolti secondo una politica di immigrazione chiara e sostenibile; in precedenza Haitiani, Vietnamiti, Latino-americani del Cono Sur; prima ancora Ebrei e Armeni. E altri.

L’impostazione civica è di tipo anglosassone. In generale, le leggi vengono rispettate o fatte rispettare; si raccontano, tra l’altro, episodi di multe a pedoni che hanno attraversato col rosso.

La sanità, che dipende dalle Province, è essenzialmente gratuita, di tipo europeo: di qualità primaria ma con risorse non abbondanti. Ne seguono tempi lunghi per le analisi e per gli appuntamenti medici, anche con il medico di base (fino a 10 gg. se non sei moribondo). Per giunta, non tutta la popolazione ha un medico di base, appunto per mancanza di soggetti. La medicina privata non è molto sviluppata.

Nel gennaio 2020, ho viaggiato da Montréal verso il Belize, via Toronto. Arrivavano le prime voci di qualcosa di strano che stava accadendo a Wuhan; quasi tutti dicevano “sarà una delle solite influenze”. Comparivano svogliatamente le prime mascherine; anche alla frontiera del Belize, dove però i funzionari se le dovevano togliere per farsi capire dai viaggiatori. In Belize e Guatemala nulla di nulla: nel ritorno, a Montréal le mascherine erano già scomparse. Tornai in Italia portandomene dietro una (hai visto mai…).

Poco dopo, però, il Canada chiuse le frontiere, anche quella terrestre con gli US: ovviamente, salvo merci, pendolari, etc.

L’impatto del primo Covid in Canada fu meno disastroso che in altri paesi ma ebbe caratteristiche analoghe: focolai e stragi nelle RSA, malattie e fughe del personale sanitario, invio del personale militare in sostituzione, ospedali pieni. Nessun ricorso a personale straniero “in affitto”. Contagi in salita, in particolare nelle grandi città e nel Québec. Lockdown, poi lenta ripresa.

I canadesi che desideravano recarsi all’estero venivano sconsigliati mediante la cessazione della validità della copertura sanitaria e l’obbligo di quarantena (14 giorni) al ritorno. Non c’era possibilità di fare tamponi al rientro. Nell’ottobre 2020, la seconda ondata, come da noi.

Ci sono tornato per due mesi, da metà dicembre 2020 a metà febbraio scorso, con un permesso speciale del governo canadese. All’arrivo ti controllano il permesso, devi presentare un programma “credibile” di quarantena di 14 giorni, indicare il luogo e i recapiti. Poi ti viene consegnato un foglio con i “to do”, devi scaricare una App che ogni giorno poi ti chiederà di rispondere a alcune domande sul tuo stato di salute. Ricevi ogni tanto una telefonata di controllo. Tutto come da noi, insomma….

Per le feste, e anche dopo, vigeva una sorta di lockdown “arancione rinforzato”: chiusi tutti i ristoranti, bar, cinema, teatri, negozi, tranne gli alimentari, invito a stare a casa. Una persona sola poteva ricevere la visita di un’altra persona sola. Campionato di hockey non iniziato, tifosi in crisi di astinenza. Le raccomandazioni venivano seguite dalla grande maggioranza dei cittadini senza grossi problemi. Gente in giro con mascherina all’occorrenza, distanze, due persone per auto. Talk show pochissimi, qualche intervento di “esperti” durante il TG.

Periodicamente, il primo ministro del Québec si presenta in tv, accompagnato dal suo ministro della Salute e dal capo della commissione scientifica, per informare sulla situazione e sulle nuove misure. E così a metà gennaio informò che era stato deciso il coprifuoco alle ore 20.00; l’annuncio venne ripetuto da un messaggio a tutti i cellulari presenti sul territorio. Qualche mugugno: ma francamente, con i locali chiusi e -10° di temperatura, di sera dove vai? (nella foto, una immagine invernale della “spiaggia” estiva sul fiume San Lorenzo: sullo sfondo il ponte Jacques Cartier, dedicato allo “scopritore” di Montréal).

I cani però possono uscire col padrone; chi lavora e chi consegna cibo, pure.

Che fare con i clochard? E, più in genere, la polizia deve essere rigida oppure elastica? In Ontario, provincia più colpita in questa fase, non si volle arrivare al coprifuoco, e la polizia diceva che comunque non si sarebbe messa a multare chi non l’avrebbe rispettato…. Pratiche religiose concesse con numeri massimi di persone per ambiente; proteste degli Hasidik per come andavano interpretati volumi e numeri.

Ripreso – senza spettatori – il campionato di hockey, che di solito si gioca fra squadre del Canada e degli US; questa volta in due gironi nazionali, Canada e US. Ad esempio, i Canadiens di Montréal, la squadra più titolata di tutte (la foto è scattata in aeroporto), andavano a Vancouver e già che c’erano giocavano là due o tre partite; ma non andavano alla più vicina Boston, tradizionale avversaria.

Nel frattempo, alcuni – pochi – canadesi si recavano all’estero per le vacanze (orrore!); magari nelle seconde case in Florida o addirittura ai Caraibi. E al rientro dovevano fare la quarantena, ovvio; e qualcuno di loro protestava perché doveva lavorare (le ferie sono minimali in Canada) e pretendeva un ristoro (sic!). Immaginatevi le reazioni. E poi si temeva che i vacanzieri – novelli untori – portassero il contagio (risultato poi solo al 2% del totale). E poi magari la quarantena non veniva rispettata. E così montava l’indignazione popolare e dei governanti.

Contemporaneamente, però, montava anche la diffusione delle varianti inglese, sudafricana e brasiliana. Sistema sanitario di nuovo in ginocchio, richieste pressanti dei primi ministri delle Provincie al governo centrale (l’immigrazione e gli aeroporti sono di competenza federale).

Il primo ministro Trudeau, che quasi ogni giorno esce dalla sua residenza e – modello Downing Street – rilascia un breve comunicato, prima in inglese poi in francese, dopo aver traccheggiato un po’ decise:

1) stop immediato dei voli verso Caraibi e Messico di aerolinee canadesi (!), con le immaginabili difficoltà per chi si trovava già in vacanza;

2) chi entra in Canada in aereo, per qualsiasi motivo, dovrà passare tre giorni in un hotel vicino a uno dei quattro aeroporti internazionali (Montréal, Toronto, Calgary, Vancouver), per una cifra intorno ai 1400 euro (!). Se dopo il test sarà negativo, proseguirà la quarantena a destinazione, secondo le modalità precedenti, altrimenti verrà preso in carico dal sistema sanitario (non è chiaro a spese di chi).

Nota: se hai una coincidenza, ad esempio per Ottawa, devi comunque passare le tre notti a Montréal. E poco importa se i rientranti sono stati già vaccinati, come succede per molti canadesi cui lo stato della Florida ha offerto il vaccino. Il tutto mentre la frontiera più lunga del mondo, chiusa solo nominalmente, permette l’ingresso di merci e quant’altro dal paese più contagiato del pianeta. Una frontiera alquanto porosa, dove per lunghi tratti non c’è nemmeno una recinzione ma solo dei cippi.

Una frontiera lungo la quale – un po’ per scherzo e un po’ no – alcuni canadesi, come molti messicani, vedrebbero bene la costruzione di un muro di trumpiana memoria, a spese US ovviamente.

Il provvedimento “Covid Hotel” aveva un intento chiaramente dissuasivo: è bastato l’annuncio a far crollare le prenotazioni aeree anche da e per l’Europa e il resto del mondo. More solito è entrato in vigore un paio di settimane dopo l’annuncio e pare che il costo sia di poco inferiore; ci sono state comunque grosse difficoltà per prenotare, e resta il timore che gli hotel possano diventare focolai a loro volta. Peraltro il Canada non è l’unico paese ad aver introdotto questa procedura: il tg del Québec ha citato Norvegia (700 euro per 14gg.), Gran Bretagna (1700 per 10 gg.), Australia (1900 per 14 gg.).

Il tutto mentre altri casi di cattiva gestione falcidiano di nuovo gli ospiti delle RSA canadesi.

Nota: Justin Trudeau (figlio di un precedente primo ministro, Pierre Elliot, cui è dedicato l’aeroporto di Montréal), presiede un governo “minoritario”, ovvero che non dispone della maggioranza assoluta; quest’ultima va ricercata solo in occasione di alcuni provvedimenti fondamentali (bilancio, etc.).Nessuno si sognerebbe di fare cadere un governo “a priori”, come da noi; e nemmeno si sognerebbe di farlo cadere, in tempi di pandemia, per questioni non decisive. Ah già, ma in Canada non hanno nemmeno il Recovery Fund; e in genere i primi ministri – o comunque gli sconfitti – si ritirano dopo aver giocato la loro partita….

Bastoni fra le ruote a chi cerca di entrare, ma allentamento delle restrizioni, cambi di colore, etc.

I casi giornalieri in Québec (paragonabile alla Lombardia per numero di abitanti) scendono sotto al migliaio, con densità più alta a Montréal. Dal 15 febbraio si riapre lentamente.

Nel frattempo, iniziano le vaccinazioni. Il Canada ha fatto contratti con Pfizer e con Moderna, i cui vaccini arrivano dalle sedi europee. Anche per i canadesi, tagli e ritardi; e polemiche parlamentari, pressioni dei primi ministri delle Province su Trudeau, tutto però in stile abbastanza “British”.

Prima, gli over 80 e eventuali accompagnatori (numero elevato di volontari, naturalmente…); poi, da questa settimana, gli over 70, in città. Pfizer.

(Nota: mi segnalano che i tre giorni di quarantena al covid hotel possono ridursi a due o anche a uno solo in caso di tampone negativo. Il costo però rimane invariato…).

Epilogo. Preoccupato delle limitazioni dei voli decido di rientrare in Italia.

Nel frattempo, il governo olandese (viaggio KLM) ha deciso che anche solo per transitare a Amsterdam ci vogliono due tamponi: uno entro le 72 ore, uno rapido in aeroporto. Anche l’Italia chiede il primo. Faccio i tamponi (che poi non saranno rimborsati dalla assicurazione anticovid AirFrance-KLM…), presento i risultati e salgo a bordo: 30 persone in tutto.

Ad Amsterdam non chiedono nulla, ma i viaggiatori per l’Italia devono riempire su due piedi un modulo (diverso da quello del sito del ministero degli esteri, e diverso da quello che riceveranno a bordo di lì a poco) scambiandosi la penna. Poi veniamo imbarcati in un bus pienotto e, finalmente, in un aereo bello pieno. Distanze; zero.

In frontiera, coda non distanziata; consegno il modulo, nessuno mi dice nulla, potrei avere scritto quello che mi pare. Rientrato, faccio la quarantena (14 giorni) prescritta dal ministero, che non era barattabile con un tampone; nessun controllo.

Piacerebbe sapere quanti la fanno.

Massimiliano Stucchi
facebook.com/massimiliano.stucchi.585

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