Categoria: Il Foglietto

“100 anni fa nasceva Gianni Agnelli, l’uomo, l’Avvocato, che ha contribuito a portare l’Italia nel mondo moderno. Il suo sguardo, la visione, la curiosità, il coraggio e la capacità imprenditoriale restano un esempio, un modello”. Francamente, se non fosse stato per questo imbarazzante twitter di Valeria Fedeli, non rimpianta ministra dell’Istruzione, ex dirigente nazionale della Cgil e senatrice del PD e, non per caso, oggi nel board della Fondazione Agnelli, non mi sarei neanche accorto del centenario della nascita dell’avvocato che, ironia della sorte, coincise con quella del Pci. E’ una ricorrenza che, comprensibilmente, sarà celebrata dal e nel suo mondo con inni e ditirambi, che di solito si addicono ai maggiordomi di una dinastia ma poco a un giudizio equanime su una persona che certamente rappresentò il vertice del capitalismo industriale italiano e la sua borghesia.

Il direttore dell’house organ di casa Agnelli la Repubblica, ha intervistato il vecchio Henry Kissinger, amico dell’avvocato. Molinari dice che “Agnelli ha aiutato a ricostruire l'economia italiana dopo la Seconda guerra mondiale”. Strano perché quando divenne Presidente, sostituendo il prof. Valletta, nel 1966 l’Italia era bella e ricostruita e aveva già fatto il suo decollo industriale con il boom a cavallo degli anni ’50 e ’60. Lui, in quegli anni, si era dato alla pazza gioia come testimoniavano le cronache mondane. A volte l’eccesso di compiacenza fa brutti scherzi alla memoria storica.

Kissinger, da parte sua, lo ricorda come “uomo del Rinascimento”. Forse per quel suo vezzo, presto copiato dai suoi sottoposti e imitatori, di portare l’orologio sopra il polsino della camicia. Un cronometro che doveva servirgli a poco se, come racconta l’ex segretario di Stato americano nell’amministrazione Nixon, gli telefonava alle quattro di notte per chiacchierare. Chissà se gli chiese mai cosa stava combinando nel Chile di Allende e perché l’amico avesse appoggiato il golpe del famigerato Pinochet.

Non so se Gianni Agnelli fosse una sorta di novello “Lorenzo il magnifico”. Lo escluderei, sia per la sua azienda sia per l’Italia. Intendiamoci, l’avvocato, come padrone industriale, non fu come il duro Angelo Costa, ma non fu neanche un Adriano Olivetti. Di fronte al montare delle lotte operaie e sindacali non ebbe atteggiamenti come quello di suo nonno Giovanni che nel ’20, durante l’occupazione operaia delle fabbriche, chiese a Giolitti l’intervento dell’esercito per riportare l’ordine. Il nonno senatore desistette quasi subito quando Giolitti gli fece presente, provocatoriamente, che avrebbe dovuto cannoneggiare gli stabilimenti.

C’è da dire, a suo merito, che anche di fronte al terrorismo rosso che alla Fiat ebbe i suoi obiettivi e alcuni covi (sequestro Amerio 1973) e che nel 1977 uccise il direttore della Stampa, il giornale di famiglia, Carlo Casalegno, Gianni Agnelli tenne i nervi saldi e non invocò i colonnelli. Anzi, diventato Presidente della Confindustria, fece con Lama l’accordo sul punto unico di contingenza. Ma ricordo nitidamente come prese male la solidarietà di Berlinguer agli operai davanti ai cancelli della Fiat nel 1980. In TV disse che quel gesto aveva dimostrato l’immaturità del Pci a governare l’Italia. Lui preferiva un’altra sinistra, che poi arrivò. Quella del governo D’Alema del 1998.

Da senatore a vita gli votò la fiducia dicendo “oggi in Italia un governo di sinistra è l'unico che possa fare politiche di destra”. Prima aveva votato la fiducia anche a Berlusconi appena arrivato. Non c’è da stupirsi. Una grande azienda com’era la Fiat doveva per forza essere governativa con chiunque fosse al potere in quel momento. Tanti dei suoi profitti erano agevolati dagli aiuti dello Stato sotto molteplici forme. La spregiudicatezza era d’obbligo. Per la “Ditta”, allora diretta da Valletta, anche gli affari non avevano confini ideologici. Basti pensare alla fabbrica di auto realizzata negli anni ’60 in Urss a Togliattigrad.

Nella seconda metà degli anni ’70, a chi gli chiedeva conto di essere ricorso ai soldi libici di quel terrorista di Gheddafi per salvare la baracca, l’avvocato rispose di stare tranquilli. Gheddafi non poteva fare brutti scherzi perché lo Stato italiano alla fin fine poteva sempre nazionalizzare la Fiat. Lo scherzo, invece, lo faceva lui quando a chi chiedeva di chi fosse la Fiat, rispondeva: dei lavoratori perché gli stipendi e i salari erogati superavano i profitti incamerati dai proprietari, cioè da lui e dalla sua famiglia.

Come proprietario della Fiat, non fu quell’aquila che oggi i suoi esaltatori amano descrivere. Utilizzò la rivoluzione tecnologica per mettere all’angolo gli operai, ma perse la corsa all’innovazione del prodotto. Capì che la Fiat doveva fondersi con altri giganti dell’automobile ma alla fine non riuscì nell’impresa. Sarebbe riuscito chi venne dopo di lui, Sergio Marchionne, con la Chrysler, elevato a punto di riferimento sociale dal Pd di Renzi. Ne furono contenti gli azionisti ma non i lavoratori italiani che videro ridursi i posti di lavoro. Mentre la sede della novella Fca – con la fusione con la Psa francese è diventata nel frattempo Stellantis con sede fiscale ad Amsterdam – sarà a Londra e Amsterdam. Anche le casseforti della famiglia Agnelli presero dimora nella città dei tulipani. Le tasse erano più convenienti e di fronte alle tasse la Patria passa in secondo piano.

Che Gianni Agnelli abbia “contribuito a portare l’Italia nel mondo moderno”, solo chi dimostra di non conoscere la nostra storia nazionale, come Valeria Fedeli, può affermarlo. L’avvocato non si pose proprio il problema. Era figlio di un capitalismo il cui tasso di riformismo era assai debole. Semmai cercò di portare nel mondo la Fiat, con magri risultati, come s’è visto. Dal nodo vero e storico dell'arretratezza sociale e civile italiana, l’irrisolta “questione meridionale”, la Fiat aveva tratto il vantaggio della manodopera a basso costo, gli immigrati, per il boom industriale; e quando Gianni Agnelli decise di aprire al sud Cassino, Melfi e Termini Imerese ormai la festa era passata e il santo era stato gabbato. Gli stabilimenti furono cattedrali nel deserto.

Ma in questo ci fu convergenza anche con la sinistra allora industrialista (Pci, Psi ecc.) per la quale la questione meridionale si poteva risolvere con l’industrializzazione dall’alto, con l’intervento diretto dello Stato e con gli incentivi ai privati, essendo andata a vuoto la riforma agraria.

Insomma, se uno deve proprio avere un padrone, Gianni Agnelli non fu certamente tra i peggiori nel panorama dell’imprenditoria italiana, ma da qui a descriverlo come un grande imprenditore illuminato ce ne passa. Forse pensava di esserlo, visto il disprezzo, più che giustificato, con cui guardava al berlusconismo e ai politici che il convento della seconda Repubblica passava, molti dei quali oggi ne tessono lodi sperticate.

Ma il punto è: uno deve avere per forza un padrone? E l’Italia non avrebbe piuttosto bisogno di un’economia sociale di mercato sostenibile, quella prevista dalla Costituzione? E, in questo quadro, di imprenditori moderni più che di padroni?

Aldo Pirone
Coautore del libro "Roma '43-44. L'alba della Resistenza"

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