Categoria: Il Foglietto

Domenica scorsa all’assemblea nazionale del Pd che ha incoronato segretario Enrico Letta ci sono stati due discorsi. Uno della Presidente del partito Valentina Cuppi e l’altro del segretario in pectore. I mass media naturalmente si sono occupati esclusivamente di quello, molto più lungo, di Letta, tralasciando quello Valentina.

Eppure i commentatori di lorsignori ma anche di giornali non appartenenti a quel circolo, come Il Fatto quotidiano e il manifesto, avrebbero fatto bene a rifletterci e a darne estesa notizia. Valentina Cuppi non ha fatto un discorso di circostanza, ha messo le mani direttamente dentro ai problemi d'identità e di visione dei dem e dentro le loro contraddizioni. Non si è limitata solo a denunciare i mali profondi e genetici di quel partito ma ha anche indicato la strada per risolverli e uscire dalla palude correntizia. Il suo intervento non era sovrapponibile a quello di Letta pur non tenero con il suo partito.

La prospettiva che Valentina ha proposto è quella di “dare alle persone un partito che si lasci permeare dalle loro istanze, un partito che sappia interpretarle, rappresentarle, combattere [….] partito di sinistra veramente riformista e democratico” che sappia mettere insieme diritti civili e sociali mettendo fine alla timidezza, per non dire di peggio, su questi ultimi. Che cosa volesse dire in concreto, l'ha illustrato raccontando come è nata la proposta parlamentare dei dem sulla riforma dello stage. Una delle forme di lavoro che maschera lo sfruttamento più bieco di giovani precari. In un circolo del Pd di Milano s'incontrano ragazzi stagisti, iscritti e non iscritti al Pd, elaborano una proposta e la fanno arrivare in parlamento. Nelle parole e nei concetti della Cuppi è riecheggiato il suono del vecchio riformismo emiliano, poi sussunto dal Pci, che organizzava i lavoratori, li faceva divenire protagonisti del proprio riscatto sociale e civile. “Combattendo” come ha detto la Cuppi.

Letta, dal canto suo, per dire quale Pd vuole, ha usato un’espressione quasi veltroniana: “Progressisti nei valori, riformisti nel metodo e radicalità nei comportamenti tra di noi". Ai membri dell’assemblea balcanizzati in correnti ha detto: “Non vi serve un nuovo segretario, vi serve un nuovo PD”. Non si può dire che il suo sia stato un discorso accomodante verso i capibastone, né che sia stato culturalmente e socialmente nel solco del vecchio impianto del Lingotto che presiedette alla nascita del Pd. La pandemia ha spinto molti a uscire dalla subalternità al neoliberismo e al conservatorismo caritatevole, prendendo coraggio per distaccarsene. Debole, però, è stato il suo dire sulle questioni riguardanti i lavoratori. L’accenno all’azionariato dei dipendenti risente di una certa cultura cattolica originata dalla “Rerum novarum”. Molto di più avrebbe dovuto proporre in tema di precariato e di lavoro come identità primaria del Pd. Letta ha detto di voler rivitalizzare i Circoli di base e ha annunciato per l’autunno le “Agorà” dem, assemblee di base con iscritti e non iscritti. Tuttavia il suo discorso è stato tutto interno al Pd, considerato il perno da rivitalizzare di una coalizione di centrosinistra vecchio stampo, da Calenda a Fratoianni.

Mentre oggi a sinistra e nello stesso campo progressista servirebbe ben altro.

Comunque si giudichi l’arrivo di Letta, è bene avere chiaro lo spessore del problema correnti nel Pd. Perché è su questo, innanzitutto, che si misurerà la capacità del nuovo segretario di rinnovare se non, come si è detto, di rifondare il partito. In via preliminare la questione è legata strettamente all’identità debole del partito. E’ in questo vuoto sociale, politico e culturale che esse hanno prosperato e si sono solidificate. Ne sono state perfino un elemento fondativo. Ma a parte questo, qui non si tratta solo delle correnti nazionali che balcanizzano la segreteria, la Direzione e l’Assemblea nazionale. C’è ben di peggio. La crosta è molto più spessa in periferia, dove le correnti sono divenute cordate e cordatine di puro potere facenti capo ai capibastone e ai cacicchi locali che hanno assoggettato i circoli facendoli diventare, salvo eccezioni, comitati elettorali che non fanno politica nei rispettivi territori, ma fanno solo da collettori di voti (anche nelle primarie) per il consigliere municipale, comunale, regionale e parlamentare che li protegge e li usa come service personale sul territorio. Vedere, per esempio, i risultati dell’inchiesta di Fabrizio Barca a Roma sui circoli del Pd nel 2015, rapidamente archiviata.

Domandiamoci: ma che cosa è il Pd in Sicilia, in Calabria, in Basilicata, in Campania ma anche in Piemonte, Liguria, Marche, Umbria, Veneto, Toscana, Emilia ecc. e a Torino, Genova, Venezia e cento altre città? E’ difficile dire con precisione, certo non è il partito di sinistra invocato da Valentina Cuppi che “si lasci permeare” dalle istanze delle persone – lavoratori dipendenti, precari, autonomi, donne, giovani - che vuole rappresentare.

Come intende rompere questa spessa crosta Enrico Letta? Con le “Agorà” autunnali? Oddio, tutto fa brodo. Ma il brodo non fa guarire gli ammalati, gli porta solo sollievo momentaneo. La crosta delle correnti si rompe aprendosi al movimento di una costituente di un nuovo partito della sinistra che chiami tutte le forze di sinistra, grandi e piccole, interne ed esterne ai partiti, insieme all’associazionismo progressista a farne parte e, soprattutto, a costruirlo. Perché le incrostazioni di ceto politico non sono solo del Pd ma anche degli altri.

L’estensione, la qualità e la forza attrattiva del campo progressista dipenderanno anche dalla creazione di un tale partito che sappia esserne il motore propulsivo.

Aldo Pirone
facebook.com/aldo.pirone.7

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