20. 10. 2021 Ultimo Aggiornamento 20. 10. 2021

Rischio "ragionato"? Cerchiamo di ragionare

Categoria: Il Foglietto

Appena pochi giorni fa, in questo stesso giornale, sostenevo che le dimensioni del rischio legato agli effetti del Covid e in particolare alle chiusure/riaperture non venivano spiegate in modo chiaro dai media e dagli amministratori, e che Draghi stesso non avrebbe migliorato la situazione.

Puntualmente il giorno 16 aprile, nella conferenza stampa dedicata alle “riaperture”, Draghi non solo non lo ha fatto, ma ha aggiunto confusione. Tralasciando di commentare in dettaglio articoli-trash, quale quello del Corriere della Sera intitolato "Il contropiede del premier che chiude la partita con il ministro Speranza", che riduce a barzelletta quello che dovrebbe essere stato un confronto di merito, e ricordando che il compito di Speranza è – per definizione e incarico – quello di occuparsi della salute, mi soffermo sul termine “rischio ragionato” che a detta di Draghi il governo “avrebbe preso”.

Prima di tutto, queste sono espressioni infelici. L’ascoltatore potrebbe infatti essere indotto a pensare:

a) che fin qui si è deciso senza ragionare;
b) che il rischio venga determinato con un “ragionamento” e non con calcoli, valutazioni quantitative di scenari;
c) che il rischio in questione riguardi il solo governo.

E infelici, o peggio, lo sono a maggior ragione tenuto conto del fatto che a pronunciarle è una persona esperta di finanza, dove i rischi delle operazioni vengono calcolati come routine abituale.

Ma che cosa si intende per “rischio”? Si tratta di un termine fra i più abusati e usati impropriamente, dai media in particolare. Nel parlare corrente rischio e probabilità vengono allegramente confusi, usati spesso come sinonimi.

Bene, per “rischio” si deve intendere il prodotto fra un danno e la probabilità che il danno si verifichi. Nella finanza o in borsa, ad esempio, il rischio consiste nelle perdite che una certa operazione può provocare, moltiplicate per la relativa probabilità.

Nel nostro caso, il danno è costituito da un insieme di fattori: perdite di vite umane, stress delle strutture sanitarie, perdite economiche legate alle chiusure, ecc. Non credo esista l’algoritmo perfetto per calcolare questo rischio: tuttavia, come indicano alcuni elaborati, fra i quali quelli ricordati nell’articolo citato più sopra, si possono fare degli scenari di rischio legati alle manovre di contrasto del virus, all’evoluzione dei contagi, alle ipotesi sulle perdite economiche, ecc.

Il meccanismo dei colori assegnati alle regioni in relazione all’andamento di un certo numero di parametri, convenuti fra stato e regioni, si basa certamente su scenari di rischio. Aveva, anzi ha, alcune debolezze, tra le quali: funzionare per regioni, ovvero per entità amministrative di dimensioni eterogenee, ed essere “di rincorsa” invece che di prevenzione, quasi che “aprire” o “chiudere” fossero atti di premio o di punizione rispetto all’evolversi della pandemia.
Ma certamente era anch’esso “ragionato”, per dirla con il primo ministro.

Quale ragionamento? Quello che manca sempre nella comunicazione del rischio non è l’elencazione dei criteri di valutazione, sempre reclamata, ad esempio, dai Presidenti delle Regioni o dai critici che aspirano a riprodurre i calcoli alla caccia dell’errore. Manca la presentazione degli scenari, tipo:

i) se chiudiamo in questo modo avremo xx contagiati, yy decessi e questi sarebbero gli effetti sull’economia;
ii) se invece chiudiamo in quest’altro modo le conseguenze saranno queste altre; ecc.

Questo è il rischio “calcolato”. Descrivere i rischi, le scelte adottate, le relative ragioni e le conseguenze dovrebbe essere, in questo caso, come in tanti altri, un fattore di chiarezza e di aumento della consapevolezza collettiva. Invece, i governanti sono reticenti e la questione si risolve in una sterile contrapposizione “aperturisti contro chiusuristi”.

Che poi tocchi a Draghi prendere le decisioni non ci piove; tuttavia va ricordato che il rischio di cui sopra non “se lo prende il governo” solo: lo prendiamo noi tutti.
A “noi”, viceversa, Draghi ha riservato il solito monito moraleggiante: “se terremo i comportamenti corretti”. Certo, giusto ricordare che le responsabilità sono di tutti, sia pure in modo diversificato. Ma Draghi non vive su Marte (o forse sì?) e dovrebbe sapere come funzionano le cose in Italia, dove i richiami tipo “aspetta il tuo turno” oppure “come fa uno a dormire la notte se salta la fila” sono risibili e addirittura offensivi per chi le regole le rispetta e si aspetta che lo stato le faccia rispettare a tutti.

Invece non ha spiegato nulla pretendendo anche di fare l’innovatore, e questo è meno accettabile; di Papi ne basta uno.

Massimiliano Stucchi
sismologist, retired, once director of research at Cnr and Ingv
facebook.com/massimiliano.stucchi.585


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