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Giovedì, 24 Set 2026

di Rocco Tritto

Il primo appuntamento per chi è stato colpito dalla meteorite della riforma delle pensioni, propinata agli italiani alla fine del 2011 dalla ministra Fornero e dal governo Monti, è fissato per il primo giugno prossimo.

A quella data, infatti, quanti al 31 dicembre 2011 non avevano maturato il diritto alla pensione, allora chiamata di anzianità, potranno – se in possesso di 41 anni e 5 mesi di anzianità contributiva, se donne, oppure 42 e 5 mesi, se uomini – essere collocati in pensione anticipata.

Sino alla fine del 2011, invece, era possibile ottenere la pensione di anzianità (abolita dal 1° gennaio 2012) con 60 anni di età anagrafica e 36 di contributi, salvo il differimento di un anno (cosiddetto “scalone mobile”) della data di effettivo collocamento in quiescenza.

La riforma Fornero, in nome di un asserito risanamento, ha destabilizzato il sistema, penalizzando non poco i pensionandi, soprattutto quelli che ormai erano a un passo dal traguardo, anche quelli prossimi ai 40 anni di contributi, che hanno visto allungarsi i termini per il collocamento in quiescenza, con la possibilità  – comunque – di subire decurtazioni percentuali dell’assegno pensionistico, nel caso in cui al maturare delle nuove anzianità di servizio non corrisponda una anzianità anagrafica di almeno 62 anni.

Il taglio è dell’1% per ogni anno di anticipo rispetto all’età di 62 anni, che viene raddoppiato per ogni altro ulteriore anno di anticipo rispetto ai 60.

Tale decurtazione è stata in un certo senso mitigata con decreto legge 29 dicembre 2011, n.216 (cosiddetto “Milleproroghe 2012”) per quanti, entro la fine del 2017, matureranno le dette anzianità contributive – che nel frattempo verranno aumentate per effetto dell’aumento della “speranza di vita” – a seguito di esclusiva prestazione lavorativa, in questa includendo i periodi di assenza per maternità, servizio militare, infortuni e malattia.

La penalizzazione, dunque, è volta a colpire esclusivamente coloro che hanno riscattato a titolo oneroso periodi contributivi, come ad esempio gli anni di laurea o di dottorato.

Si tratta di una sanzione davvero odiosa, dalla connotazione discriminatoria che, ancora una volta, la dice lunga sui principi di “equità” ai quali, al momento del suo insediamento, lo sciagurato governo dei tecnici aveva detto di volersi ispirare.

Staremo a vedere se i tanti esponenti politici “democratici”, che sono stati rieletti in Parlamento, e che a suo tempo tuonarono contro la riforma Fornero, in generale, e contro le penalizzazioni, in particolare, passeranno, una volta al governo, dalle parole ai fatti concreti oppure se la stangata pensionistica verrà considerata archiviata, se non addirittura da rimaneggiare in negativo.

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