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Sabato, 12 Set 2026

Il 29 novembre inizierà la Conferenza Mondiale di Parigi e già si intrecciano diversi pronostici sull’esito di quello che si profila come l’appuntamento climatico più importante dopo lo storico, ma fallimentare, Protocollo di Kyoto del 1997.

Basteranno accorati appelli del calibro di quelli lanciati da Papa Francesco, da Ban Ki-moon, Segretario Generale dell’Onu, dal Presidente americano e dai vertici dell’Unione Europea, in blocco a garantire il successo dell’iniziativa? Un passo indietro per capire a che punto siamo con i tentativi di contenere il cambiamento climatico in atto.

Nel 1997, i rappresentanti dei Paesi del Mondo, a fatica, ma infine con una decisione unanime concordarono di ridurre del 5,2% in media le emissioni dei gas serra, prendendo come punto di partenza i livelli emissivi del 1990 e dandosi tempo fino al 2012 per raggiungere questo primo traguardo, ma, di fatto, dopo la firma di Capi di Stato e di Governo convenuti a Kyoto, i Parlamenti di diversi Paesi, a partire dagli Usa, non ratificarono l'accordo, oppure non tennero fede all’impegno.

Il Protocollo di Kyoto andò progressivamente svuotandosi e solo l’Unione Europea, per merito di tre dei suoi Paesi trainanti, andò avanti fino a superare il traguardo.

Nel frattempo i Paesi in via di sviluppo, come la Cina, che si erano tenuti fuori dall’accordo, hanno raggiunto e superato i livelli emissivi dei maggiori Paesi industrializzati. Insomma, la speranza di un accordo sul clima con obiettivi e scadenze vincolanti, sia pure in maniera diversa, per tutti i Paesi del Mondo, si rilevò una grande illusione.

Nel 2009, con l’avvento della presidenza negli Usa di Obama, dopo il doppio mandato di Bush figlio, uno dei più acerrimi nemici del Protocollo (è inutile e dispendioso), risorse improvvisamente la speranza che alla conferenza di Copenaghen si potesse porre rimedio al disastro di Kyoto. Ma anche quell’appuntamento si rivelò un flop.

Fra i tanti tentennamenti e pentimenti, l’alterazione del clima, con i conseguenti disastri provocati dagli eventi estremi, è diventata un’emergenza globale, che investe quasi tutti i Paesi del Mondo. L’obiettivo di contenere al di sotto dei 2° l’ulteriore aumento delle temperature medie, previsto entro questo secolo, è un imperativo per tutti i Governi responsabili.

Ma come conciliare questa esigenza con la persistente riluttanza ad accettare vincoli e scadenze rigide nel processo di riduzione dei gas serra? Parigi dovrà fornire una soluzione a questo difficile problema; partorire un nuovo Protocollo climatico che sia nello stesso tempo efficace, ma più flessibile rispetto a quello di Kyoto.

Alcuni accordi parziali, raggiunti nei mesi scorsi, come quello sottoscritto da Usa e Cina per mano di Obama e Xi Jinping, fanno sperare in un ripensamento americano e in una disponibilità del colosso industriale cinese ad entrare finalmente nella partita; ma quanto ad efficacia nell’abbattimento dei gas serra palesano la loro inadeguatezza.

Eppure, nonostante le difficoltà, alla vigilia dell’appuntamento parigino, si respira un’aria di ottimismo anche da parte di alcune associazioni ambientalistiche, che tradizionalmente sono state scettiche.

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