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Sabato, 12 Set 2026

Nel corso di quest’anno, con una inspiegabile accelerazione nei mesi estivi, della questione delle pensioni hanno parlato tutti gli attori istituzionali possibili e immaginabili.

Ci era sembrato, tuttavia, di assistere a un dialogo tra sordi, in cui ognuno diceva la sua, conquistando un piccolo spazio su giornali e televisioni. Purtroppo, la legge di stabilità in corso di approvazione, rinviando a data da destinarsi ogni decisione in merito, ha ora definitivamente confermato la nostra prima impressione.
Tra quegli attori, molto attivo, c’era anche il presidente dell’Inps, Boeri, che rivendicava, per l’ente di cui è al vertice, l’esercizio della funzione propositiva in materia.

Questa proposta è finalmente arrivata, nella veste di un documento di quasi 70 pagine, significativamente intitolato “Non per cassa ma per equità”, articolato in un ventaglio di interventi, corredati da note tecniche e stime finanziarie.

E’ previsto, innanzitutto, un riordino delle 8 diverse forme di assistenza oggi erogate dall’Inps, che per il 30% favorirebbero i redditi più elevati. Da qui l’idea di una rimodulazione, che consentirebbe di riallocare circa 1,2 miliardi.

Tra gli obiettivi c’è, inoltre, quello di varare il reddito minimo garantito, a partire da 500 euro al mese per famiglia, che dovrebbe dimezzare la condizione di povertà in cui versano gli over 55, privi dei requisiti per la pensione.

Ampio spazio nel decreto viene dedicato al problema della flessibilità in uscita, che si propone di risolvere con il ricalcolo delle pensioni alte (oltre 5.000 euro al mese) e medio-alte (3.500-5.000 euro), considerate non in linea con i contributi versati, andando a incidere così su circa 250.000 percettori di pensione e 4.000 beneficiari di vitalizi connessi a cariche elettive. In concreto, il ritiro anticipato avrebbe come conseguenza una penalizzazione media dal 3% al 10% annuo rispetto ai requisiti di vecchiaia, tramite il ricalcolo della quota retributiva dei montanti.

Ci sono, poi, interventi di semplificazione  per le contribuzioni aggiuntive e di unificazione delle prestazioni. Infine, uno stop ai vantaggi sinora riconosciuti alle contribuzioni dei dirigenti sindacali.

Rispetto a quanto accaduto l’estate scorsa, di nuovo c’è soltanto che il presidente dell’Inps ha presentato una proposta organica. Ancora oggi, tuttavia, come ieri, quella di Boeri è solo una mera proposta, dalla quale hanno già preso le distanze sia il Ministro del Lavoro che lo stesso Presidente del Consiglio, l’uno affermando che non è questo il momento di darvi seguito, perché si deve dare fiducia e serenità agli italiani; l’altro sostenendo che  avrebbe costi sociali non indifferenti e non equi. Come dire che Boeri non avrebbe nemmeno azzeccato il titolo della sua proposta.

Una cosa è certa: fino a  qualche mese fa, il nodo della flessibilità in uscita veniva dato per risolto, in quanto si trattava soltanto di mettere a punto qualche dettaglio attuativo. Poi, d’improvviso, quando con la legge di stabilità si potevano trasformare le chiacchiere in norme, tutto è svanito nel nulla, il governo essendosi laconicamente limitato a dire che della flessibilità si sarebbe riparlato con la prossima finanziaria.

Ricominciare, ora, lo stesso tormentone di quest’estate è una cosa che, con tutte le colpe che possono avere, nemmeno gli italiani meritano. Forse la “politica” non se ne è ancora accorta, ma la gente di certi spettacoli ne ha abbastanza.

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