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Venerdì, 30 Gen 2026

La Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (Covip) ha reso noto, in via provvisoria, che alla fine del 2016 il numero di adesioni alla previdenza complementare ha raggiunto i 7.784.055 lavoratori (+7,7% in un anno).

Un numero considerevole - dovuto anche al perverso meccanismo irreversibile del ‘silenzio assenso’, che spesso finisce per cooptare i neo assunti – ma di gran lunga inferiore al totale dei lavoratori che più prudentemente continuano a preferire il Tfr, che garantisce, comunque, una rivalutazione annuale del montante dei contributi versati pari all’1,5% più il 75% del tasso di inflazione.

I ‘Fondi pensione negoziali’ (se ne contano ben 35 per un’offerta totale di 107 opzioni), ai quali possono aderire solo i lavoratori di uno specifico comparto e nei cui Cda siedono anche rappresentanti designati dalle organizzazioni sindacali, contano circa un terzo delle adesioni, con una netta prevalenza del settore privato (i dipendenti pubblici iscritti sono meno di 200 mila).

La capitalizzazione della previdenza complementare è in continua crescita – anche per il fatto che esiste da appena 10 anni - e ha sfiorato i 150 miliardi di euro (+6,3% rispetto a dicembre 2015).

La Covip fa anche sapere che i rendimenti netti dei Fondi pensione, nell’anno appena trascorso, sono stati tutti positivi. Per quanto riguarda i Fondi negoziali, sono cresciuti in media del 2,7%, spaziando tra il +0,2% degli Obbligazionari puri al +4,1% degli azionari (il rendimento del Tfr al netto dell’imposta sostitutiva del 17% è stato di +1,5%).

Considerando l’evoluzione dei rendimenti dal 2005 (nel 2008, i fondi negoziali azionari persero il 24,5% poi recuperato negli anni seguenti) si può tranquillamente sostenere che il Tfr – che ha garantito un rendimento medio annuo del 2,3% - è competitivo rispetto ai fondi pensione Garantiti o Obbligazionari puri (che sono poi le scelte che un lavoratore ben informato dovrebbe fare per assicurarsi un gruzzoletto da gestire nella terza età).

Il maggior rendimento dei fondi azionari (che sono cresciuti a un tasso medio annuo del 3,7%) rappresenta una remunerazione del rischio (esattamente il contrario del principio che dovrebbe ispirare la previdenza complementare) ed è esposto agli andamenti dei mercati finanziari e dei tassi di interessi sulle obbligazioni.

Il vantaggio dei fondi negoziali rispetto al Tfr risiede principalmente nel contributo aggiuntivo versato dal datore di lavoro, che spesso però viene sottratto dalle risorse offerte per il rinnovo dei contratti (con il consenso dei sindacati che li sottoscrivono) e, nei fatti, viene perciò pagato da chi non opta per la previdenza complementare.

Passano gli anni, ma restano sempre valide le ragioni per le quali a un lavoratore dipendente conviene tenersi stretto il proprio Tfr, anziché aderire al fondo pensione negoziale.

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