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Lunedì, 21 Set 2026

Continuando il nostro” viaggio” nelle agromafie, sempre sulla base del 5° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, abbiamo questa volta approfondito il tema delle infiltrazioni criminose sul territorio. Al riguardo, vanno evidenziati due dati: il primo è che le forme tradizionali di criminalità organizzata sono nate e cresciute proprio con lo sfruttamento delle attività agricole e del relativo indotto; il secondo è che il rifiorire delle infiltrazioni criminali nel tessuto agroindustriale è determinato dalla recente crescita di quest’ultimo, che garantisce, correlativamente, un aumento dei margini di profitto. Com’è noto, infatti, l’Italia non solo è il paese con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine controllata ufficialmente riconosciuti dall’Unione europea (Doc e Igt), ma è anche quello nel quale la filiera agroalimentare costituisce uno dei settori maggiormente strategici dell’economia, dato che essa impiega il 12% degli occupati e registra esportazioni in continua crescita.

La filiera agroalimentare, per sua natura, genera un indotto che travalica il senso stretto dello stesso (produzione, lavorazione, industrializzazione, distribuzione e commercializzazione) e che, da ultimo, si è arricchito di aspetti turistici e culturali. Nonostante il crescente ruolo giocato dalle agromafie nel Settentrione, è nel Mezzogiorno che esse esprimono una maggiore e nociva diffusione: tra le province caratterizzate da un alto livello di criminalità organizzata del tipo dell’agromafia, ne sono state rilevate tre in Calabria, quattro in Sicilia, tre in Campania e due in Puglia. Gli attuali livelli di intensità del fenomeno agromafia dipendono ovviamente dalle dinamiche passate e dal grado di ramificazione nel territorio delle organizzazioni criminali. Tuttavia, molteplici fattori concorrono alla maggiore o minore proliferazione delle agromafie e, al mutare di detti fattori (come, ad esempio, le condizioni socioeconomiche), le infiltrazioni criminose possono crescere più o meno velocemente, se non addirittura regredire.

Negli ultimi anni si è assistito, secondo il Rapporto, a un sensibile cambiamento nelle strategie messe in atto dalla criminalità organizzata per diffondersi maggiormente all’interno del territorio e ricavare fondi da attività fino a poco tempo fa scarsamente considerate. L’agroalimentare è adottato come “campo da arare” sia per l’impiego, sia per la raccolta di denaro e ricchezze di provenienza illecita. Servono naturalmente capitali ingenti, soprattutto con riguardo all’import-export. Ma questi si possono ottenere anche legittimamente, creando imprese che, finanziate col riciclaggio, presentano bilanci in regola per ottenere finanziamenti nazionali ed europei. L’operatività più comune avviene, comunque, con l’inserimento nel settore di imprese di comodo, che effettuano reali pagamenti ai fornitori, con denaro entrato a fronte di altre negoziazioni, le quali sottendono a loro volta provviste illecite di fondi.

Di certo, mafia e criminalità sono le sole industrie non toccate dalla crisi e che in questi anni difficili hanno continuato a prosperare ai danni della collettività, da Nord a Sud. Con i proventi del traffico di droga, delle mazzette, delle tangenti, e con le risorse accumulate evadendo il fisco, il patrimonio delle cosche ha assunto la proporzione di “uno stato nello stato”, fatto di immobili, terreni e aziende. Una realtà dalle dimensioni difficilmente stimabili, sulle quali le Forze dell’ordine hanno cominciato a mettere le mani grazie a una normativa rivoluzionaria (legge n. 109/1996), ancora da approfondire per misurare a fondo gli effetti della confisca dei beni illecitamente acquisiti dalla malavita.

2 - continua

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