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Mercoledì, 13 Mag 2026

Sono bastati un pugno di anni alle compagnie che vivono del web per raddoppiare i ricavi. Più che raddoppiarli. Gli altri settori, quelli che amministrano le noie della nostra vita quotidiana, vivacchiano. Ma i padroni del websoft, che amministrano le gioie dell’effimero, prosperano.

Gli analisti di Mediobanca ci dicono infatti che queste compagnie devono il loro successo principalmente a due fattori: l’e-commerce e la gestione delle piattaforme social, metafore neanche troppo celate del desiderio compulsivo e del narcisismo che albergano in ognuno di noi. E subito si capisce che parliamo di giganti del calibro di Amazon o Facebook, ma anche del più recente Netflix che, sempre in un pugno di anni, ha quasi decuplicato il suo valore di borsa.

Queste società nuotano letteralmente nella liquidità, che tengono immobilizzata nei loro forzieri. Alcune, come Facebook, non hanno neanche debiti. Altre, come la capofila di Google, Alphabet, hanno un capitale netto tangibile pari a 30 volte i debiti finanziari. In sostanza sono grosse e invincibili come tirannosauri.

Il nostro bisogno ossessivo d’esser connessi e zuppi di informazioni più o meno futili consente loro di lucrare persino sui nostri dati personali. Sicché i loro profitti crescono ripidamente, mentre il loro talento fiscale per l’elusione gli evita di pagare tutte le tasse che dovrebbero.

Più che società, sarebbe più corretto chiamarle signorie, visto che gran parte di queste entità sono legate col filo doppio delle azioni privilegiate ai fondatori, che con un pugno di azioni controllano come signori rinascimentali le loro comunità.

Il cittadino digitale del XXI secolo abita le signorie dell’effimero (e del fatturato). E lì vive, a caro prezzo, inconsapevole e felice.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

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