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Venerdì, 30 Gen 2026

Il rallentamento dell’inflazione che ormai si osserva un po’ ovunque ha molte cause, che la Bce nel suo ultimo bollettino economico non trascura di osservare. Una in particolare merita un approfondimento perché ci dice molto di come giri il mondo che oggi tutti dicono di voler cambiare. Ossia il peso specifico della Cina sull’economia mondiale, misurato stavolta dalla sua capacità di influire sul livello globale dei prezzi. E in particolare su quelli dell’eurozona.

Come è noto, la Cina ha registrato una sostanziale deflazione negli ultimi periodi, quindi è del tutto logico domandarsi se tale deflazione svolga effetti anche dalle nostre parti, visto che uno dei tanti canali che alimentano il nostro carovita è quello dei prezzi all’importazione. E poiché importiamo, come Ue, molte cose dalla Cina – l’import dalla Cina pesa il 21 per cento dell’import complessivo dell’EZ – dovrebbe osservarsi un miglioramento del nostro indice dei prezzi al deflettere dei costi importati dalla Cina. Si è sempre detto che importavamo deflazione dalla Cina, negli anni in cui l’inflazione era la nostra peggiore nemica, e adesso è un momento per vedere se il teorema ha anche un corollario positivo.

I dati raccolti dalla Bce ci dicono che a giugno scorso i prezzi alle importazioni dei beni esterni all’area sono diminuiti del 14 per cento su base annua. Gran parte di questo calo è dovuto al raffreddarsi dei prezzi energetici, visto che al netto di questi ultimi i prezzi all’importazione sono diminuiti di appena il 2 per cento.

In Cina nel frattempo l’indice dei prezzi alla produzione si è contratto per dieci mesi consecutivi, anche perché il governo ha allentato le restrizioni all’uso del carbone che in precedenza avevano fatto impennare i prezzi alla produzione. Il carbone, notate bene, è ancora la prima fonte di energia dell’industria cinese. Questo mentre dal settore immobiliare arrivano ancora segnali di forte rallentamento, che aggiungono pressione deflattiva a molti prezzi.

L’Eurozona, com’era prevedibile, ha visto declinare i propri prezzi all’importazione di beni cinesi, una quota ampia dei quali è denominata in dollari. E proprio una quota dei beni denominata in dollari è diminuita significativamente in valore. Se convertiamo in euro, ci accorgiamo che i prezzi alla produzione dei beni cinesi sono diminuiti addirittura del 15 per cento a giugno rispetto a un mese prima, e la Bce non esclude che al calo di questi prezzi, oltre ai minori costi di produzione cinesi, abbia contribuito una certa volontà delle aziende cinesi di abbassare i prezzi per spingere le vendite all’estero.

“L’analisi empirica conferma che gli shock alla domanda e all’offerta in Cina possono dare luogo a notevoli effetti di propagazione sui prezzi all’importazione di beni dall’esterno dell’area”, conclude la Bce. In dettaglio, a partire dal 2021 si calcola che questi shock abbiano congiuntamente aggiunto 8 punti percentuali di aumento dei prezzi all’importazione dei beni esterni all’eurozona, che corrispondono a circa un quarto dell’aumento complessivo. Mentre a giugno 2023 la deflazione cinese ha contribuito a un calo del 5 per cento dei prezzi all’importazione dei beni esterni.

Insomma, le vicende cinesi hanno pesato poco meno di un terzo nel calo osservato sui prezzi di produzione. Detto diversamente, il nostro livello generale dei prezzi ha molto a che fare con quello che succede in Cina. Meglio ricordarselo.

MarizioSgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza
Twitter @maitre_a_panZer
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