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Sabato, 20 Giu 2026

altUn interessante volume di Yan Thomas, intitolato Il valore delle cose e ora edito in Italia da Quodlibet, a cura di Michele Spanò e con un saggio introduttivo di Giorgio Agamben, offre una inedita prospettiva sul mondo degli antichi romani, in particolare per quanto concerne il rapporto tra persone e cose, da un lato, e beni comuni e beni privati, dall’altro.

 

All’ipotesi secondo cui sarebbe un soggetto (proprietario) a governare un mondo di cose naturalmente disposto all’appropriazione, l’autore oppone un mondo di cose qualificate dal diritto che distribuiscono titoli e diritti in capo ai soggetti, peraltro non necessariamente individuali né indefettibilmente umani.

L’affermarsi della vocazione principalmente patrimoniale delle res, spiega Thomas, non si coglie che per contrasto rispetto al regime di indisponibilità da cui esse sono colpite tanto nel diritto sacro quanto nel diritto pubblico. Tale regime corrisponde al dispiegarsi di un dispositivo centrale nell’economia generale del diritto romano: l’istituzione di riserve santuarizzate, che rende il resto del mondo, che coincide poi con quello del diritto privato, immune dalla sacralità e dalla religione. Qui tutte le cose sono oggetto di appropriazione,  si alienano e possono rientrare in procedure di valutazione. Viceversa, sacro, religioso e pubblico entrano in gioco quando si tratta di sfuggire al piano giuridico della merce.

A partire dall’epoca repubblicana e poi per lungo tempo, a Roma ma anche nelle altre città dell’Italia romana, le cose pubbliche e quelle sacre formavano un’unità giuridicamente omogenea, essendo sottoposte a un unico regime amministrativo, fiscale e penale. Ma occorre sottolineare che sacro, religioso e pubblico sono a Roma delle categorie pienamente giuridiche, ossia non si fondano sulla considerazione delle cose in quanto tali, bensì su procedure, espressioni formali di una volontà di produrre e di organizzare le categorie nelle quali e per mezzo delle quali si amministrano le cose.

Il diritto romano, insomma, si interessò meno alle persone che alle cose e proiettò la sua organizzazione della durata sulle seconde più che sulle prime, sostanzialmente pensando al commercio come rimozione di un interdetto, grazie al cui intervento diveniva possibile il passaggio dal sacro al profano.

Proprio in questa nuova e sorprendente archeologia delle cose sta tutta l’originalità del contributo di Yan Thomas.

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