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Sabato, 09 Mag 2026

Gli invisibili, di Oren Moverman, con Richard Gere, Jena Malone, Danielle Brooks, Geraldine Hughes, Yul Vazquez, Ben Vereen, Jeremy Strong, durata 120’, nelle sale dal 15 giugno 2016, distribuito da Lucky Red.

Recensione di Luca Marchetti

E’ arrivato ieri nelle sale italiane, a quasi due anni dal passaggio al Festival di Roma, Gli invisibili (Time out of mind, in originale) del regista e sceneggiatore Oren Moverman.

La pellicola, terza regia di Moverman, è un film, ancora una volta, su dolori e rabbie raggelate, in cui un sofferto Richard Gere vaga tra le glaciali strade di New York nei panni di un senzatetto disperato, disposto ad annullarsi ai margini della metropoli.

Dilatato e consapevolmente celebrale, il film, come il precedente durissimo Rampart (poliziesco umorale, interpretato da Woody Harrelson), è un’opera che impegna la sua lezione morale, soprattutto sulla prova recitativa (portata alle estreme conseguenze) del protagonista.

Gere, come Harrelson, non è solo un attore impegnato in un ruolo, ma un medium con cui l’autore condivide con il pubblico una propria etica di rara lucidità.

Moverman, però, non si muove in territori totalmente inediti per una storia che parla di homeless.

Ne Gli invisibili, infatti, si presentano intatti tutti i topos del “genere”: l’impossibilità di fare i conti con il passato; il rapporto degenerato e, forse, irreparabile con i propri cari; la vita di strada fatta di amici improvvisi e tradimenti cocenti; lo sguardo “esterno” dei protagonisti, ormai occhi invisibili sulle vite degli altri cittadini.

Il regista, forse mosso dall’urgenza di raccontare una nuova storia di disagio/disastro sociale, si limita a consegnare il proprio talento di regista, e soprattutto, di scrittore, a un canovaccio già prestabilito e non certo clamoroso.

Probabilmente, uno dei problemi principali della pellicola è proprio la scelta del suo protagonista totale. Richard Gere, infatti, pur mettendoci tutto se stesso, non riesce mai a sembrare davvero credibile nei panni del vagabondo dilaniato dai rimorsi e dalla sofferenza.

Presenza perpetua nelle inquadrature di Moverman, Gere - con il suo volto sempre riconoscibile e il suo corpo “perfetto”, anche nella vecchiaia (affrontata benissimo) - alla fine, pur non volendo, disinnesca il meccanismo emotivo e morale del film, creando confusione e distacco.

La sua odissea metropolitana, tra parchi, rifugi umanitari e locali dove proteggersi/nascondersi, finisce per essere il ripetitivo e stanco girovagare di un personaggio senza meta e senza istinti.

Ad appesantire l’opera, contribuisce anche lo script dello stesso Moverman. Sceneggiatore di grande umanità e intelligenza, questa volta l’autore, forse perché privo dell’aiuto di uno scrittore più pratico (pensiamo al fondamentale contributo di Alessandro Camon per Oltre le regole), si perde nella sua voglia di raccontare senza clamore le vite di uomini e donne fuori dal mondo e fuori dal tempo.

Il risultato finale è, quindi, un’opera che non riesce a trovare, per la propria profonda e sincera umanità, un valido ed efficace corrispettivo estetico-narrativo.

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