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Mercoledì, 18 Mar 2026

Frantz, di Francois Ozon, con Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Cyrielle Claire, Anton von Lucke, durata 113’, nelle sale dal 22 settembre 2016, distribuito da Academy Two.

Recensione di Luca Marchetti

Da quando il suo amato Frantz è partito per il fronte e non è più tornato, ucciso dal fuoco francese in una sporca trincea, la vita di Anna si è fermata, distrutta dentro il ricordo, persa dietro l’ipotesi di un amore immenso che non ha avuto alcun futuro.

Accolta nella casa dei genitori del suo fidanzato, forse per cercare insieme, nella condivisione di un lutto, la forza di andare avanti, le giornate della ragazza proseguono monotone, costellate dalle visite alla tomba dell’amato. La sua dolente tristezza è la stessa che si respira nell’ameno e sfiancato paesino tedesco, profondamente segnato dal dolore per dimenticare i troppi figli perduti.

All’improvviso la comparsa di Adrien, un ragazzo francese timidamente apparso davanti alla tomba di Frantz, stravolge l’esistenza di Anna, scuotendola dal suo funebre torpore.

Nel pieno delle commemorazioni per il centenario della Grande Guerra, Frantz di Francois Ozon, presentato all’ultimo Festival di Venezia, è liberamente ispirato da Broken Lullaby, il classico del 1932 di Ernst Lubitsch, tratto a sua volta dalla pièce teatrale di Maurice Rostand.

Il film di Ozon è una pellicola dall’estetica perfetta, un “gioiello” incastonato in un’affascinante ed elegante confezione (il bianco e nero impeccabile), dove i personaggi brillano di grazia e compostezza.

Frantz è un film che, con una gentilezza affettata, tocca temi storiografici fondamentali. Il lutto insanabile di chi è tornato a casa (da vincitore o vinto, non è importante), il senso di colpa insopportabile dei sopravvissuti, il rancore contro il nemico e l’incapacità di immedesimarsi nell’altro, sono fiumi flebili ma inesorabili che scorrono, sottotraccia, nel racconto di Ozon.

L’intera quest della protagonista, attratta dal segreto sofferto nascosto da Adrien, non è altro che la ricerca di chi, scossa dall’idea di un massacro insensato (noi, uomini del 2016 come la protagonista?), vuole entrare in contatto con chi quella carneficina l’ha vissuta sulla propria pelle.

Nonostante il suo encomiabile e riuscito sforzo di comprensione storica, Frantz è un’opera che va oltre il racconto sul primo dopoguerra, per diventare un attuale e modernissimo melò.

Ozon non mostra battaglie, non fotografa corpi mutilati o espone tesi politiche. Il regista francese mette al centro della scena un triangolo amoroso anomalo, dove i due protagonisti “vivi” imparano ad amarsi all’ombra del ricordo del terzo, l’angelico Frantz.

Il film diventa dunque una storia di pure emozioni sopite, di gesti trattenuti e di piccole, strazianti, esplosioni di libertà emotive (colori che, all’improvviso, illuminano ogni cosa). Ovviamente, com’è logico aspettarsi per una pellicola di Ozon, la simbiosi sincera dei due protagonisti, la commovente scoperta l’uno dell’altra e il loro ritrovarsi (nonostante tutto) così incredibilmente vicini e uguali, sono solo vani e illusori sintomi di un nuovo immenso sentimento destinato a rimanere incompiuto, l’anticamera di un lancinante finale.

Una conclusione che, in tutta la sua inesorabile ma terribile verosimiglianza, ha, però, la forza di lanciare i due protagonisti verso il desiderio di un futuro migliore.

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