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Martedì, 27 Ott 2026

Praz di Raffaele Manica, Italosvevo editore, Trieste-Roma, 2018, pp.87, euro 12,50.

Recensione di Roberto Tomei

Tutto Mario Praz in meno di cento pagine. Questa l’impresa compiuta dall’autore, che si è cimentato con una delle figure più complesse del nostro Novecento, assurdamente perseguitata da una fama saturnina, solo accennata da Manica, talora purtroppo l’unico aspetto con cui Praz è conosciuto. Una fama talmente nota che persino Montanelli volle accennarvi in una delle sue “Stanze”, in occasione di un movimentato viaggio in aereo in compagnia dello stesso Praz, che non esitò a rassicurarlo, garantendogli che la iella non colpisce mai chi ne è portatore.

Da parte sua, Manica ci spiega mirabilmente l’evoluzione del Nostro partendo dai Saggi di Elia di Charles Lamb, scelti, tradotti e annotati nel 1924, a soli ventotto anni, dei quali, quasi a voler parlare di sé – come rileva Manica - Praz sottolinea “la deliberata assenza di enfasi, l’antiretorica, il non lasciarsi trascorrere alla piena orchestra, al modo dei romantici: il voler serbare un tono in sordina, spegnendo con l’humour ogni accensione troppo avventurosa”.

E’ questo l’humus dal quale verrà poi fuori “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” (1930), capolavoro “dirompente per tema e metodo”, variamente riveduto e aumentato mentre Praz era in vita, con una prima ristampa postuma nel 1988. Tutto si può dire tranne che il libro sia passato inosservato, essendo stato oggetto, come pochi altri, di consensi sperticati e critiche virulente, ma questo accadeva soprattutto in Italia, mentre all’estero era per lo più rispettato e venerato. Manca, in particolare, ricorda che il libro non sfuggì a Benedetto Croce, che lo recensì in termini non proprio esaltanti, ricevendo poi da Praz una replica adeguata, anche se quest’ultimo probabilmente desiderava rimanere dentro la medesima tradizione culturale. Si trattò, insomma, secondo Manca, di un conflitto tipicamente familiare: “un padre alle prese con un figlio che non solo sembrava fraintendere la lezione impartita, ma la poneva al centro del proprio riflettere, con principi e metodi poco ortodossi”.

L’omaggio di Manica si conclude col Praz romanista, da intendere come cultore di cose romane, dalla storia alla letteratura, dall’urbanistica all’aneddotica. Un rapporto, quello di Praz con la città di Roma, che viene definito anostalgico, senza rimpianto per il passato ma col fastidio per gli sfregi dal presente, perpetrati ai danni del passato. Nell’ambito della romanistica, naturalmente, la prova di Praz è quella densa del più alto tasso di erudizione, che, conformemente al suo metodo, nasce sempre da qualche altra parte rispetto all’oggetto di cui si tratta.

Chi ha letto Manica con attenzione e partecipazione, Praz l’ha visto in tutte le sue dimensioni. Cogliamo in ogni caso l’occasione per far sapere ai più curiosi che dal 1995 è stato aperto al pubblico il Museo Mario Praz (terzo piano di Palazzo Primoli, in via Zanardelli a Roma), dove sono esposti oltre 1200 oggetti di arredo, provenienti da Francia, Italia, Germania e Inghilterra, che costituiscono testimonianza della sua passione per il collezionismo di antiquariato.

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