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Sabato, 17 Ott 2026

Tortura e genocidio. Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, di Francesca Albanese - Paper FIRST by Il Fatto Quotidiano, anno 2026 - pagg.119, euro 6,00.


Recensione di Adriana Spera

Sono più di cento anni che il popolo palestinese vive soprusi e angherie, espulso dalle proprie case e terre. Un crescendo di violenze che oggi si è trasformato in forme genocidiarie, come dimostra questo Rapporto tanto ostracizzato, come i precedenti, che hanno comportato una vera e propria persecuzione nei confronti dell’autrice.

Un testo quello di Albanese che costituisce una piccola summa della legislazione e della giurisprudenza vigente relativa ai diritti umani e al genocidio, nonché un’ampia panoramica delle raccapriccianti testimonianze delle vittime raccolte da ong israeliane e palestinesi.

Tuttavia, ciò che accade da decenni in Palestina non si può dire, altrimenti si è subito tacciati di antisemitismo. A breve, in Italia, avremo persino una legge che vieterà di raccontare questa amara verità (l’attuale atto Senato n.1004), di pubblicare un Rapporto come quello della Relatrice Speciale dell’Onu Francesca Albanese o di far visionare al cinema un film come Naza.

Una verità denegata. Una verità amara perché ad essere accusati di comportamenti genocidiari sono i governanti di un popolo che ha subito un genocidio, la Shoah, la distruzione, la catastrofe del popolo ebraico.

I palestinesi, possiamo ben dirlo, da oltre ottant’anni, conducono una vita di continua sofferenza fisica e mentale in un paese in cui non v'è alcun luogo sicuro, dove tutti sono in pericolo in ogni momento. Come dice un abitante di Gaza: «Siamo come morti che camminano». Vivere perennemente in pericolo è una forma di tortura e questa, come noto, togliendo dignità alle persone, le priva della voglia di esistere, le svuota. La tortura è una forma di distruzione intenzionale. Eppure, dopo il 7 ottobre 2023 essa è stata politicamente difesa e pubblicamente normalizzata. Si è giunti perfino a una proposta di legge in via di approvazione definitiva che prevede la pena di morte per i palestinesi.

Cosa ci rivela l’ultimo Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 (A/HRC/61/71), grazie alle testimonianze dirette delle vittime e delle organizzazioni della società civile palestinese e israeliana? «Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi nel territorio palestinese occupato. Tra questi, (1.500, ndr) bambini, persone con disabilità, medici, giornalisti e operatori umanitari. Quasi 100 sono morti durante la detenzione, mentre 4000 restano vittime di sparizione forzata e migliaia sono detenuti senza essere formalmente sotto accusa».

Detenzione sempre più estesa e tortura sempre più intensa fanno parte di una politica di annientamento della “nazione” palestinese.

La tortura è un metodo adottato anche fuori dal carcere in tutti i territori palestinesi occupati sotto forma di punizioni, abusi, sfollamenti forzati, uccisioni di massa, distruzione di tutti i mezzi di sussistenza. Essa è parte di una nuova forma di “colonialismo di insediamento”, costruito sulla disumanizzazione e retto da politiche di crudeltà e tortura volte ad indurre il popolo palestinese ad abbandonare la propria terra. Scrive Albanese: «Il territorio palestinese occupato è diventato uno spazio di punizione onnipresente in cui la distruzione delle condizioni di vita trasforma la violenza genocida in uno strumento di tortura collettiva, con conseguenze fisiche e psichiche a lungo termine per tutta la popolazione occupata». Come afferma con orgoglio il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich “un ambiente torturante”.

Insomma, siamo dinanzi ha un vero e proprio progetto ideologico di distruzione sociale, culturale, etnica. «Assistere alla distruzione completa di scuole, moschee, biblioteche, musei e centri culturali crea è un forte senso di sradicamento dalla storia individuale e collettiva. Distruggere sistematicamente le infrastrutture educative e i luoghi della memoria collettiva significa cancellare deliberatamente le basi materiali di una cultura. Tale strategia mira a intaccare il tessuto sociale stesso, minando il senso di identità, continuità e appartenenza di un popolo». Ma non basta, a Gaza è stata operata la distruzione sistematica delle strutture sanitarie e l’uccisione degli operatori «Quando l'assistenza medica viene quasi del tutto smantellata per scelta politica, il dolore e la morte diventano strumenti calcolati di terrore». Comportamenti che si stima abbiano portato lesioni invalidanti per 40.000 persone, tra cui circa 10.000 bambini, e di questi almeno 4000 hanno perso gli arti. Per i governanti israeliani la tortura è ritenuta un “lavoro sacro” e chi la denuncia è un traditore da perseguire.

Né va meglio in Cisgiordania dove è in atto il più grande sfollamento di palestinesi dal 1967.

Le carceri israeliane dove vengono detenuti i palestinesi di qualsiasi età e sesso sono tra le peggiori al mondo. In esse si è «trattenuti in condizioni disumane: picchiati, incatenati, abusati sessualmente, stuprati, privati di cure mediche, affamati».

Una condizione - un sistema sociale e istituzionale, un apparato legislativo di violenza crescente e impunita - nota negli altri Stati eppure permessa forse per il senso di colpa che ancora è sentito in tanti paesi autori o complici della shoah. Oggi come allora si fa finta di non vedere, di non sapere. Adesso, poi, v’è un motivo in più per far finta di niente: Israele e all'avanguardia nell’industria di strumenti di controllo necessari per la sicurezza globale.

In conclusione, per Albanese «il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione, così come la stessa esistenza della vita palestinese in ciò che resta della Palestina, non sono mai stati esposti a un pericolo così grave… attraverso una totalità di condotte criminali, il genocidio è diventata la forma estrema di tortura: continua, generazionale e collettiva…-.pertanto -… La scelta che abbiamo davanti è netta: o il divieto di genocidio e di tortura rimane una norma giuridica vincolante, oppure sarà smascherato come una promessa vuota… Ciò che si perde in Palestina sarà una perdita per tutti noi».

Adriana Spera
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