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Domenica, 18 Ott 2026

di Biancamaria Gentili

Che l'Agenzia Spaziale Italiana (Asi), ente pubblico di ricerca tra i più "ricchi" del comparto, corresse il serio rischio di essere condannato a pagare un maxi risarcimento all'Università La Sapienza di Roma, Il Foglietto lo aveva anticipato fin dal 21 giugno del 2011.

Ora, però, ha trovato conferma. Con una sentenza della VI^ sezione del Consiglio di Stato (n. 5054/2012 - Pres. Volpe, Est. Lopilato), depositata il 21 settembre scorso, l'Agenzia Spaziale, presieduta da Enrico Saggese - che, per inciso, è il presidente degli enti di ricerca più pagato in Italia - dovrà versare cash alla Sapienza, il più grande polo universitario d'Europa, la cifra record di 2,7 milioni di euro, oltre interessi legali fino al soddisfo e spese processuali.

Una vera boccata d'ossigeno per l'Ateneo il cui timone è nelle mani dell'inaffondabile Luigi Frati, magnifico rettore dal 1° novembre 2008. Il contenzioso plurimilionario tra l'Asi e La Sapienza, che nel corso degli anni è transitato  per varie aule di giustizia, ruota intorno alla gestione del Centro Spaziale di Malindi "Luigi Broglio", in Kenia, passata dal 1° gennaio 2004, con  decreto ministeriale emanato dal Miur, dall'Università all'ente di ricerca di viale Liegi a Roma.

Con la convenzione, stipulata in data 17 giugno 2004, i due enti stabilirono tra l'altro che, : "a decorrere dal 1° gennaio 2004, l'Asi, assumendo la responsabilità della gestione della base di Malindi, si fa carico dei connessi oneri finanziari, nei limiti previsti dalla convenzione stessa" (art. 8); b) "L'Asi si impegna a definire, entro il 30 giugno 2004, i rapporti di credito in favore dell'Università (…) per le prestazioni da questa effettuate in favore dell'Asi a tutto il dicembre 2003" (art. 9).

Ed è stato proprio tale ultimo impegno, non mantenuto dall'Asi, a scatenare una inedita controversia giudiziaria tutta all'interno della pubblica amministrazione, con tanto di aggravio, dapprima per la giustizia civile e, successivamente per quella amministrativa.

Ragioni di opportunità e di buon andamento della pubblica amministrazione avrebbero dovuto consigliare alle due amministrazioni di addivenire ad una definizione bonaria della questione. In tal senso avrebbe dovuto spingere anche il ministero vigilante, il Miur, se non altro per tutelare quel che resta del buon nome della ricerca e dell'istruzione pubblica.

Ma, si sa, siamo in Italia dove è possibile vederne di ogni fattura.

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