03. 07. 2022 Ultimo Aggiornamento 28. 06. 2022

Specialisti dell’area non medica, continua la discriminazione

Categoria: Ambiente & Salute

Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) non è certo una priorità per questo governo, come dimostra la querelle con le regioni di questi giorni. Ovvero, appare, sempre più evidente, che la priorità è smantellarlo a vantaggio della sanità privata, così come è già avvenuto per la scuola.

A dimostrazione di quanto affermiamo, sta anche il fatto che si vanno a formare specialisti in numero insufficiente per l'area medica e, addirittura, al momento non v'è alcuna determinazione per gli specialisti dell'area non medica che operano all'interno della sanità pubblica. Parliamo di biologi, chimici, farmacisti, fisici, odontoiatri, psicologi e veterinari.

Ora, se per il giovani medici quest'anno sono disponibili nelle scuole di specializzazione 6.383 posti, a fronte di un fabbisogno espresso dalla conferenza Stato-Regioni di 7.909, con relativo pagamento di una borsa di studio di 22.700 euro annui, oltre ai contributi previdenziali, per i laureati delle classi non mediche non è previsto nulla. Sì, proprio nulla,

È questa una discriminazione inaccettabile, che si protrae ormai da troppo tempo, nonostante vi sia stato anche un pronunciamento del Consiglio di Stato, tanto più che, per accedere ai ruoli dirigenziali del Ssn è indispensabile aver frequentato e superato i corsi di una scuola di specializzazione.

Contro questa situazione, nel 2013, un gruppo di biologi, fisici e chimici fece ricorso al Tar Veneto, perché l'università di Padova aveva chiuso le scuole di specializzazione sanitarie per i non medici.

Il Tar rigettava il ricorso in quanto, a suo giudizio, mosso erroneamente contro i Ministeri della Salute, dell'Università e Ricerca, dell'Economia e Finanze, oltre che dell'Università di Padova, anziché avverso la Regione Veneto.

Ma, il Consiglio di Stato, con sentenza n. 6.037/13, dava ragione ai ricorrenti in quanto il dato necessario per programmare il numero di posti necessari per l'accesso alle professioni sanitarie dei non medici nelle relative scuole di specializzazione emergeva chiaramente dal fabbisogno espresso dalle Regioni in sede di Conferenza Stato-Regioni.

Il Consiglio di Stato ordinava, quindi, al Ministero della salute, al Ministero dell’Istruzione e dell’Università e della Ricerca e al Ministero dell’Economia e Finanze, di “assumere di concerto tra loro nonché, per quanto di successiva competenza, da parte dello stesso Ministero dell’istruzione e dell’Università e della Ricerca, le determinazione di cui agli artt. 8 della Legge 29 dicembre 2000, n.401, e 35 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, entro il termine di novanta giorni dalla data di comunicazione della presente decisione”. Era il 17 dicembre 2013!

Sono trascorsi, invano, 13 mesi dalla sentenza, tant’è che i giudici di Palazzo Spada, con ordinanza del 24 febbraio 2015, nominavano commissario ad acta per l'esecuzione della predetta sentenza il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che, all'epoca, era Graziano Del Rio, mentre oggi è il professor Claudio De Vincenti, che a sua volta ha delegato il dottor Massimiliano Cosenza.

E dire che il primo è un medico e il secondo ha scritto con altri, nel 2011, La sanità in Italia. Organizzazione, governo, regolazione, ed. Il Mulino. Si tratta, quindi, di due esperti di problemi attinenti alla sanità e ben avrebbero potuto intervenire per dare esecuzione alla sentenza.

Ma, tant'è, si è preferito affidare la soluzione ad un funzionario ministeriale che, dopo la bellezza di cinque conferenze di servizi, ha partorito un topolino: la Regione Veneto dovrà attrezzare 14 posti per non medici nelle scuole di specializzazione delle università di Padova e Verona, da riservare a 10 biologi, 1 chimico e 3 fisici.

In altri termini, siccome la problematica era sorta in Veneto e a porla erano stati i laureati in biologia, chimica e fisica si dava soddisfazione solo a quelle categorie e in quel territorio.

Nel frattempo, il 4 febbraio 2015, veniva pubblicato in G.U. l'attesissimo Decreto Interministeriale di riordino delle scuole di specializzazione di area sanitaria (riordino che torna a poca distanza da quelli previsti dall'art. 21 del Dl 104/13 convertito in legge 128/13 e dal Dl 90/14 convertito in legge 114/14, art. 15).

Poteva essere la svolta, invece, il comma 3 dell'articolo 1 così recita “Con successivo provvedimento da emanarsi entro e non oltre sessanta giorni dalla pubblicazione del presente decreto saranno individuate le scuole di specializzazione di area sanitaria ad accesso misto nonché gli ordinamenti didattici destinati ai soggetti in possesso di titolo di studio diverso dalla laurea magistrale in medicina e chirurgia”.

Così fatta eccezione che per Farmacia Ospedaliera, Fisica Medica e le scuole di Odontoiatria, che sono incluse nel decreto interministeriale di febbraio, gli altri aspiranti specializzandi devono attendere. Così facendo, si sono date risposte solo ad alcuni.

A distanza di nove mesi, sono passati 274 giorni (altro che 60!) e ancora non v'è stato alcun decreto al riguardo, nonostante sulle scuole ad accesso misto sia stato espresso a settembre il parere favorevole del Consiglio Superiore di Sanità.

La bozza di provvedimento è tornata all'esame del Consiglio Universitario Nazionale, che l'ha licenziata, ma poi nulla è successo  e a tutt'oggi vige solo il decreto del 4 febbraio. che esclude tutti gli specializzandi “non medici” dalle scuole ad accesso misto. Una situazione tanto più grave considerato che da una analisi condotta dalla Anaao Assomed, l'associazione dei dirigenti medici, emerge che il risparmio economico derivante dal riordino consentirebbe di finanziare 2.215 contratti aggiuntivi l’anno. Tale cifra renderebbe disponibili i fondi per l’applicazione della richiamata sentenza in Consiglio di Stato e per la copertura finanziaria  per tutti gli specializzandi “non medici”.

Insomma, per il governo Renzi e i suoi ministri Lorenzin, Giannini e Padoan, tra gli aspiranti specializzandi dell'area medica vi sono figli e figliastri. Per questi ultimi, solo provvedimenti lumaca e discriminatori. Per le associazioni che li rappresentano nessun coinvolgimento nei provvedimenti di legge.

V'è di più, il decreto riduce la durata dei corsi di specializzazione per i medici ad un massimo di quattro anni ma non fa altrettanto con gli specializzandi in corso non laureati in medicina che, stando così le cose, dovranno fare un percorso quinquennale, non retribuito e senza contributi, pur lavorando giornalmente in ospedale.

Tutto fa pensare che le risorse finanziarie che deriveranno nei prossimi anni dalla riduzione della durata delle scuole di specializzazione non saranno dirottate sugli specializzandi sanitari “non medici” ma verranno utilizzate esclusivamente per aumentare il numero dei contratti di formazione per i medici stessi.
D'altronde, l'orientamento emerso anche nel corso di una delle suddette conferenze di servizi, quella del 12 maggio 2015, è di riconoscere a queste categorie di specializzandi una borsa di studio di ben 100 euro l'anno (sic!).

La legge 401/00 che prevede “la rilevazione annuale del fabbisogno anche ai fini della ripartizione annuale delle borse di studio nell'ambito delle risorse già previste”  e che, all'art. 8, equipara i laureati non medici a quelli medici, resta così inattuata.

Gli specializzandi non medici non usufruiscono di alcuna retribuzione. Solo in casi sporadici godono di borse regionali o di finanziamenti su progetti. Risorse che, comunque, non sono sempre garantite con continuità.

Sul tema delle borse di studio si è espresso - ma senza porre in essere alcun provvedimento conseguente - il Ministero dell’economia, affermando che le borse di studio per gli specializzandi non medici, sin dal 2000, avrebbero dovuto essere finanziate con i fondi per i contratti di formazione dei medici.

Ormai si è ad una situazione che rischia di portare alla paralisi tutta la sanità italiana, considerata l'importanza del ruolo svolto al suo interno dai laureati non medici. Anche nel privato accreditato possono accedere alla dirigenza solo coloro i quali abbiano frequentato le scuole di specializzazione e, nel Lazio, è fatto obbligo anche al privato non accreditato.

Scrive, ad esempio, il Presidente dell'ordine dei biologi in una lettera alle ministre Lorenzin e Giannini: “Si tenga presente che, come rileva dall’Accordo tra Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, ai sensi dell’articolo 35, c. 1, del D.Lgs. 368/1999, per la determinazione del fabbisogno dei medici specialisti di cui all’articolo 8, c. 1, L. 401/2000, il fabbisogno annuale nel triennio dei biologi è stato così previsto: (2014-15 e 2015-16), 278; (2016-17), 277” e aggiunge, poi, “nonostante le note, gli accordi e disposizioni in materia e nonostante il delineato fabbisogno, a tutt’oggi non solo non si rinviene alcun riscontro normativo ma, al contrario, nello stabilire le risorse per gli specializzandi medici, si trascura completamente qualsiasi previsione per soddisfare le leggi e le esigenze dei non medici”.

C'è il rischio reale che si resti ben al di sotto della programmazione dei fabbisogni fatta dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano.

Contro questa situazione penalizzante, l'agguerrito Coordinamento degli specializzandi in area sanitaria C.I.S.A.S. vuole promuovere un ricorso alla Corte Suprema dei diritti umani di Strasburgo, tanto più che sembrano esservi due Italie: se nel centro sud le scuole di specializzazione per i non medici continuano a funzionare, seppur per numeri esigui, al nord sono chiuse da tre anni.

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