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Venerdì, 15 Mag 2026

C’è un grande dibattito in corso sulla nuova sanità territoriale, sulle Case di comunità, sugli Ospedali di prossimità, sulla medicina del territorio che dovrebbe alleggerire i pronto soccorso e avvicinare la sanità ai cittadini.  Ma c’è una domanda che continua a mancare: ma è veramente più conveniente continuare a investire enormi risorse per curare malattie che potremmo evitare? La risposta continua ad essere il silenzio assordante di chi ha più convenienza a curare piuttosto che a promuovere la Salute, a dispetto dello slogan “Prevenire è Vivere” della LILT (Lega Italiana Lotta Tumori).

Stiamo costruendo contenitori sempre più grandi per raccogliere un’acqua che continua a uscire da tubature rotte, si continua a spendere, ampliare, rincorrere l’emergenza, senza chiudere mai i buchi alla fonte, come un” Pozzo di San Patrizio”, che continua a “riempirsi” per effetto di una sanità italiana che diventa sempre più efficiente nel gestire la cronicità e sempre meno capace di prevenirla.

I numeri ufficiali, purtroppo, raccontano una realtà impressionante e ci dicono che nel 2025 il 46,4% degli adulti italiani (23 milioni over 18) è in eccesso di peso e l’11,6% (5 milioni e 750 mila persone) è obeso.

Tra gli anziani, il quadro diventa ancora più pesante: quasi il 49% delle persone sopra i 75 anni soffre di almeno tre patologie croniche oppure presenta gravi limitazioni funzionali; oltre il 40% degli italiani convive con almeno una malattia cronica e, un cittadino su cinque, con due o più patologie contemporaneamente.

Siamo un Paese sempre più longevo, ma anche sempre più fragile, quasi un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni e, inevitabilmente, cresce anche il costo della sanità pubblica, soprattutto per la gestione delle patologie croniche: diabete, tumori, insufficienze respiratorie, obesità e altre fragilità legate all’invecchiamento.

Ma il problema non è soltanto economico, nei fatti sta emergendo una frattura sociale silenziosa e drammatica, per colpa delle liste di attesa interminabili, a causa delle quali la gente rinuncia sempre più a curarsi perché non riesce ad accedere alle cure in tempo utile.

Questo stato di cose rischia di trasformarsi in una sorta di “eutanasia” involontaria, prodotta lentamente da un sistema che rincorre la malattia senza riuscire a governarla.

La prevenzione primaria continua infatti a essere la “cenerentola” del sistema sanitario. Si celebrano giornate mondiali, si fanno campagne occasionali, ma raramente si costruisce una strategia strutturale capace di incidere davvero sugli stili di vita, strategia scritta e definita venti anni fa con il primo piano 2005/2007, che sanciva il passaggio da un approccio sanitario, basato principalmente sulla cura, a uno focalizzato sulla promozione della salute e sulla prevenzione delle malattie.

Dopo due decenni, nulla è cambiato; il Piano, scaduto a dicembre 2025, prorogato tal quale a dicembre 2026, sarà tarato, dalle prime indiscrezioni, sulla continuità del precedente.

Non si è preso ancora atto che abbiamo bisogno di una inversione di tendenza radicale, perché siamo immersi in un ambiente che spesso costruisce dipendenze e fragilità: alimenti ultraprocessati sempre più aggressivi, pubblicità martellante rivolta anche ai minori, sedentarietà normalizzata, tempo sottratto alla qualità della vita, tutte sfide che vanno affrontate con l’arma della prevenzione primaria, ancor di più oggi.

In tale contesto, l’avvento della Intelligenza artificiale, se non governata con responsabilità, rischia di diventare un acceleratore di cattive abitudini. Non si è ancora preso atto che, mentre la prevenzione primaria fatica a trovare spazio nelle politiche pubbliche, cresce una medicina sempre più orientata verso la risposta farmacologica immediata, spesso alimentata da consulenze digitali impersonali che rischiano di sostituire il rapporto educativo e umano del medico.

Il pericolo più grande riguarda i giovani, molti dei quali crescono immersi in modelli estetici irraggiungibili, con influencer che promuovono eldoradi improbabili, a dispetto di stili di vita sani.

Tale stato di cose rischia di assecondare queste fragilità, rafforzando ossessioni, dipendenze, scorciatoie e perfino l’idea che ogni disagio possa essere “risolto” rapidamente con un prodotto, un farmaco o una soluzione immediata.

Stiamo costruendo una Società sempre più medicalizzata e sempre meno educata alla salute.

Siamo di fronte ad un grande paradosso: da un lato, gli strabilianti risultati della tecnologia e della scienza medica, con conseguente aumento spropositato dei farmaci; dall’altro, l’aumento costante del numero di cittadini cronici, fragili e dipendenti dal sistema sanitario: si muore di meno ma ci si ammala di più, a prescindere dalla qualità della vita.

Per tornare alla sanità territoriale, essa avrà senso solo se accanto alle “Case di comunità” nasceranno anche le “Comunità della prevenzione”; scuole dove l’educazione alimentare diventi materia strutturale curricolare, città che favoriscano movimento e socialità, mense realmente educative che rispettano i CAM (Criteri Ambientali Minimi), campagne contro l’eccesso di cibi ultraprocessati, tutela vera dei minori dalla pressione pubblicitaria che ancora oggi risponde, se risponde, ad una normativa ferma al 1966.

La vera riforma sanitaria non sarà quella che curerà meglio ma quella che farà ammalare meno.

Non abbiamo più tempo. Se non parte una politica pubblica che ponga al centro l‘interesse vero delle Comunità, la sanità italiana rischia di diventare, ma forse lo è già, economicamente insostenibile e socialmente devastante.

Vito Amendolara
Presidente Osservatorio Nazionale
Dieta Mediterranea
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