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Venerdì, 30 Gen 2026

di Franco Mostacci

La spending review del governo punterà anche sui buoni pasto, come se mangiare fosse un privilegio.

Nati come servizio sostitutivo della mensa aziendale, essi sono ormai divenuti una vera e propria valuta complementare, che genera inflazione e non è soggetta al controllo dell'autorità monetaria centrale.

Recentemente l'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici (AVCP) ha segnalato a Governo e  Parlamento la necessità di un intervento di riassetto del quadro regolamentare.

Con quello attuale, a rimetterci sono i lavoratori che, oltre a prezzi in continua crescita, si ritrovano un'offerta di pasti sempre più scadente. Senza parlare del mercato secondario dei ticket, utilizzati per gli acquisti più disparati o ceduti a terzi.

L'unica cosa da fare oggi appare la monetizzazione in busta paga del valore dei buoni pasto, con la introduzione di una deduzione fiscale per il valore esente, fermo dal 1997 a 5,29 euro, non essendo stata mai applicata la prevista rivalutazione che lo avrebbe portato a superare i 7 euro. Un valore che sarebbe in linea con quello raggiunto in Francia.

Se invece il governo dovesse scegliere di diminuire l'importo nominale dei buoni pasto senza intervenire sulle storture attuali, caratterizzerebbe il proprio operato come penalizzante verso i più deboli (i lavoratori del pubblico impiego) e a sostegno delle poche società che controllano il mercato dei ticket.

Documenti correlati
Buoni pasto o cattivo pasto? (indagine Usicons del 2005)

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