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Mercoledì, 18 Mar 2026

Diario di scuola. Una storia vera, di Pierpaolo Palladino - Edizioni San Paolo – pagg.160, euro 16,00.

Recensione di Adriana Spera

Pierpaolo Palladino, di cui in passato abbiamo recensito L’uomo che parlava alle vigne, ora è in libreria con Diario di scuola. Una storia vera. I suoi testi teatrali hanno ricevuto numerosi premi; come attore, ha lavorato per diversi teatri stabili; ha ideato e diretto i festival: “Autori per Roma” e “Racconti al parco”, quest’ultimo dedicato al teatro di narrazione; dirige l’associazione culturale “Racconti Teatrali”. Per  dieci anni ha condotto diversi laboratori teatrali per l’integrazione di attori sia normodotati che diversamente abili, nonché altri: sia a Rebibbia, rivolti ai detenuti “giovani-adulti” (dai 18 ai 25 anni), sia nella periferia romana, contro il bullismo e la dispersione scolastica. Infine, come docente, ha tenuto corsi di Drammaturgia (con il Teatro Stabile di Roma), di Tecniche di Narrazione e Public Speaking.

Quest’ultima fatica letteraria di Palladino ci ricorda le opere di altri autori insegnanti in contesti difficili, soprattutto La classe, di François Bégaudeau, edito da Einaudi.

Un ruolo da insegnante che Palladino, laureato in Lettere, ha provato a mettere in pratica anche nella scuola, dopo la crisi dei teatri conseguente al Covid 19. Un’esperienza da cui è sortito questo diario, che è una perfetta fotografia del pessimo stato di salute della scuola italiana dopo anni di finte riforme - come da ultimo la cosiddetta “Buona Scuola” di renziana memoria - più dannose che utili per contrastare la dispersione scolastica e il disinteresse dei giovani per la cultura. Riforme che non sono riuscite a rinnovare una scuola i cui utenti sono ben diversi da quelli delle generazioni precedenti.

«Questo è un diario. Il mio primo e unico diario. – scrive il nostro autore – L’ho scritto per dare un senso a ciò che ho vissuto da adulto, a contatto con dei ragazzi che forse erano già più adulti di me». 

Dalla lettura del libro scopriamo che un supplente, selezionato con un meccanismo che è quasi una lotteria, in mesi di lavoro può cumulare decine di contratti se il titolare della cattedra risulta assente per malattia, dal lunedì al venerdì, per settimane e settimane. Contratti che vengono saldati solo dopo mesi.  

Palladino, inizialmente, si reputa fortunato e spera che la titolare di cattedra resti a casa fino alla fine dell’anno scolastico e ci mette un po’ della sua napoletanità quando dice a una collega, che gli augura di restare fino alla fine dell’anno scolastico, «Anche io spero … non foss’altro che nelle GPS, le Graduatorie Provinciali a Scorrimento, da cui mi hanno convocato, risulto al 2528º posto, con il punteggio di 47, che nella smorfia napoletana equivale a “morto che parla"». 

Il confronto con giovani interessati solo al proprio telefonino, completamente immersi in una realtà virtuale e avulsi dalla realtà, sempre pronti ad agire in branco, non sarà facile, tanto più che ci sono sempre genitori pronti a difenderli pur di autoassolversi e una dirigenza scolastica più attenta al gradimento dei medesimi genitori che non al profitto degli studenti. 

Ecco come ce li descrive «La politica è l'argomento che risulta più alieno dai loro discorsi anche quando in classe provo ad attualizzare i periodi storici, come per esempio la nascita dell'Islam, la guerra in Medio Oriente o le guerre di religione in Europa. Eppure su alcuni temi sembrano più avanti rispetto al mondo adulto. In 3°M per esempio ci sono due ragazze gay dichiarate senza alcun imbarazzo né ostracismo da parte dei compagni; gli steccati si marcano solo parlando di calcio tra i maschi o di antifemminismo tra le femmine, roba di mia nonna, afferma più di una ragazza; non sembra esistere alcuna barriera culturale tra loro, impermeabili, almeno in quel luogo, all'identità etnica dei loro genitori, ma tutti inquadrati nello stesso schema mentale e valoriale: la sufficienza nelle valutazioni che per loro sono il fine ultimo nelle valutazioni…. Dimenticavo il telefonino. Ma per parlare di questo idolo occorrerebbe un romanzo a parte… basta dire che in ogni aula c'è un simpatico porta cellulari appeso al muro». 

I dirigenti scolastici, da quando hanno assunto un ruolo manageriale, devono occuparsi di più scuole, talvolta ubicate in plessi scolastici distanti tra loro. Scuole che ricevono i pochi finanziamenti stanziati dallo Stato in proporzione al numero degli iscritti, motivo per cui in modo schizofrenico, da un lato, si parla di merito e condotta degli studenti ma, dall’altro, pur di trattenerli si chiude un occhio su qualsiasi cattivo comportamento «Il dirigente scolastico a stento lo vedi se ti capita, ormai sono diventati manager con quattro o cinque plessi sotto di sé che visitano a turno, un giorno a settimana… Gli interessano solo i genitori, i clienti del negozio che dunque hanno sempre ragione». 

E gli insegnanti? Si dividono tra chi, pieno di passione, dà l’anima, vive per la scuola, e chi ha smarrito completamente ogni minimo impulso motivazionale e sta lì con l’aria di un alieno ma, nell’insieme, sembrano tutti senza una rotta precisa, soli, timorosi, quasi che abbiano paura di questi giovani «hai le classi assegnate con cui te la devi vedere da solo per ciò che riguarda le tue materie. Scegli tu il metodo didattico rispettando il programma, puoi fare come vuoi, o come puoi; perché tra il dire e il fare ci sono i ragazzi con tutto il loro mondo che non esprimono ma che devi intuire, mentre tu sei un prof, con tutto quello che per ciascuno di loro questo vuol dire». 

Insomma, sono tutti un po' abbandonati a se stessi, ragazzi compresi che vivono in famiglie piene di problemi di ogni genere: economico, relazionale, di comunicazione. Genitori oberati da lavori mal pagati, che cercano di farsi perdonare le proprie assenze donando ai loro ragazzi tutto quel che possono e assolvendoli per i loro comportamenti arroganti in ambito scolastico. 

D’altra parte, come potremmo avere una situazione migliore in un paese in cui le disuguaglianze crescono di anno in anno, dove il welfare state sta diventando un ricordo, dove mentre per le armi si prevede di investire il 5% del Pil, per l'istruzione si spende tra il 3,9% e il 4,1%  (dati 2023-2025), collocandosi, per investimenti nel settore, al terzultimo posto tra i paesi dell'Unione Europea, che ha una media del 4,7%. Circa il 62% della spesa è destinato alle retribuzioni del personale, che pure è uno dei meno retribuiti d’Europa, mentre solo l'8% della spesa è destinato alle infrastrutture (edifici, computer et similia). Oltre alla spesa pubblica, le famiglie italiane per l'istruzione spendono mediamente 2.728 euro l'anno.

E possono essere rispettati insegnanti le cui  retribuzioni - secondo il portale Teachers’ and school heads’ salaries and allowances in Europe, pubblicato dalla rete Eurydice, in collaborazione con OCSE/NESLI - per l’anno scolastico 2023/2024 si collocano al quintultimo posto tra quelle degli insegnanti degli altri paesi europei?

A parità di potere d’acquisto, in Italia un insegnante di scuola secondaria inferiore, a inizio carriera guadagna 27.079 euro lordi annui, mentre in Lussemburgo ne guadagnerebbe 59.585 (e, a fine carriera, supererebbe abbondantemente i 100.000 euro); in Germania, 59.000 (82.000, a fine carriera); in Spagna, 33.000. Quasi alla pari con l’insegnante italiano troviamo il suo omologo in Croazia e a Cipro, con 27.000 euro o in Romania, con 26.000. Decisamente peggio se la passa il collega in Albania, con  11.200 euro.

Insomma, il divario tra l’Italia e paesi con livelli di sviluppo analoghi, come Germania o Paesi Bassi, è notevole fin dall’inizio della carriera. Unico dato comune è la carenza e l’età avanzata degli insegnanti.

D’altronde, cosa ci potremmo aspettare da governi europei guerrafondai, che cominciano a vedere i giovani non come un investimento sul futuro ma come carne da macello, tant’è che si ripensa alla leva obbligatoria. Quanto al nostro, poi, è troppo impegnato a costruire un’autocrazia, a smantellare una Costituzione mai accettata. Figuriamoci se può ricordarsi di adempiere ad essa.

Adriana Spera
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