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Venerdì, 30 Gen 2026

di Adriana Spera

Sulla Gazzetta Ufficiale dello scorso 11 novembre è apparsa la legge n. 128/2013, di conversione del decreto legge n. 104, recante misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca.

In un settore come quello dell’università, che meriterebbe una riforma organica, se non altro per rimediare ai guasti provocati dalle misure introdotte dalla Moratti, prima, e dalla Gelmini, dopo, il governo non ha saputo far di meglio che varare l’ennesima legge contenitore, in quanto tale inevitabilmente disorganica, nella quale non è difficile trovare di tutto un po’.

Tranne che per la ricerca, di cui si trova solo un po’, ovvero tre magri articoli (22, 23 e 24) sui 28 che in totale formano l’intero dettato della normativa.

Il primo dei tre articoli è riferito all’organizzazione dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), ma si tratta soltanto di disposizioni relative ai componenti dell’organo direttivo, specialmente in ordine alle modalità di nomina.

L’articolo 23 attiene, invece, alle modalità di riparto del fondo per il finanziamento degli enti di ricerca, che verrà effettuato, d’ora in poi, sulla base di una preventiva programmazione, tenuto conto della specifica missione e dei progetti proposti dagli enti stessi.

Con il terzo dei tre articoli sopra indicati, che si compone di quattro commi, il governo adotta misure che, nelle intenzioni, dovrebbero eliminare la piaga del precariato.

Ma incredibile dictu, a parte una disposizione residuale, confinata al comma 4 e riguardante l’abolizione dell’obbligo di espletare le procedure di mobilità, prima di bandire concorsi pubblici per ricercatori e tecnologi, i primi tre commi sono tutti dedicati all’Ingv, come se solamente questo ente avesse fame di personale da assumere a tempo indeterminato.

Di fronte alla carenza generale di nuove leve da immettere, a tempo indeterminato, nella ricerca, la titolare del Miur, Maria Chiara Carrozza, ha ritenuto di autorizzare, soltanto per l’Ingv, l’assunzione, nel quinquennio 2014-2018, di 200 unità di personale (ricercatore, tecnologo e di supporto alla ricerca), ma in scaglioni annuali di 40 unità. Misura del tutto insufficiente ove si tenga conto che nell’ente di via di Vigna Murata ci sono, e non da oggi, oltre 400 precari.

Per questi, la normativa prevede sì la possibilità di rinnovo dei contratti a termine fino al 31 dicembre 2018, purché senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e fermo restando l’effettivo fabbisogno dell’ente e in coerenza con i requisiti relativi al medesimo tipo di professionalità da assumere a tempo indeterminato.

Assoluta indifferenza per il destino degli altri enti vigilati dal Miur, Cnr in testa, che non sembrano aver bisogno di niente, laddove, viceversa, il numero dei precari abbonda un po’ dappertutto. I precari di tutti gli altri enti di ricerca, vigilati e non dal dicastero della Carrozza, dovranno accontentarsi del misero contenuto della legge 125, che abbiamo commentato nel nostro articolo del 5 novembre scorso, e in merito alla quale ieri l'Anci ha diffuso una nota interpretativa.

Una politica, quella della Carrozza, a dir poco incomprensibile, che, ancora una volta, non sembra affatto tener conto dello stato in cui versa la ricerca pubblica.

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