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Domenica, 22 Mar 2026

Redazione

E’ a rischio di incostituzionalità il blocco dei contratti e degli stipendi dei dipendenti pubblici, deciso per il periodo compreso fra il 2010 e il 2014, dapprima dal governo Berlusconi e successivamente reiterato dai governi Monti e Letta, quest’ultimo con la recente legge di stabilità, varata dal Senato e in attesa dell’ultimo disco verde da parte della Camera.

Il Tribunale di Roma, infatti, con una ordinanza del 27 novembre scorso, emessa in relazione a un ricorso proposto dalla Federazione lavoratori pubblici e funzioni pubbliche, ha sollevato questione di legittimità, ipotizzando la violazione degli artt. 2, 3 e 36 della Costituzione.

Secondo il Tribunale di Roma, se davvero la riduzione della spesa emerge come «esigenza inderogabile» imposta dalla congiuntura internazionale, l’onere dovrebbe essere posto a carico della «collettività considerata nel suo insieme e non già solo su di una parte dei cittadini», vale a dire dei circa tre milioni di dipendenti pubblici, altrimenti si andrebbe  «in contrasto anche con l’articolo 2 della Costituzione e con i principi di solidarietà sociale, politica ed economica ivi indicati, cui corrispondono ben precisi “doveri inderogabili”, che devono essere rapportati all’intera comunità».

In disparte la circostanza che non si può sospendere il diritto alla contrattazione soltanto perché il datore di lavoro non è un privato ma lo Stato in prima persona, non va dimenticato che gli incrementi retributivi che derivano dai contratti collettivi costituiscono comunque il parametro di riferimento per determinare la giusta retribuzione in base all’articolo 36 della Costituzione.

Spetterà ora alla Consulta stabilire se è legittimo bloccare i rinnovi contrattuali e, di conseguenza, gli adeguamenti stipendiali a tutto il pubblico impiego.

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