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Venerdì, 30 Gen 2026

di Roberto Tomei

Quello del merito è quasi un problema eterno del nostro paese, se già Dante Alighieri nel Paradiso scriveva “Ma nel commemsurar d’i nostri gaggi col merto è parte di nostra letizia, perché non li vedem minor né maggi”.

Anche il Costituente fu costretto a interessarsene, allorché, dopo aver previsto nell’articolo 34 che “La scuola è aperta a tutti “, aggiungeva che “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”, nient'altro che un'applicazione settoriale del secondo comma dell'articolo 3 della Carta Fondamentale, a tenore del quale "E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Di merito si continua sempre a disquisire a tutto campo e non solo nell’ambito scolastico, come sanno, ad esempio, coloro che si interessano alla materia del pubblico impiego: dai concorsi alla determinazione della retribuzione, di cui una parte, da un po’ di tempo in qua, dovrebbe essere legata proprio al merito.

Ciclicamente, vale a dire a ogni tornata concorsuale, il problema del merito viene puntualmente fuori, soprattutto quando si assegnano le cattedre universitarie.

In tale contesto, sono solitamente i Rettori i destinatari di lamentele, denunce, ricorsi et similia.

Inopinatamente, nella vicenda della ripartizione dei fondi statali alle Università, sono stati invece i Magnifici a assumere l’inusitata veste di contestatori di un sistema che avrebbe penalizzato gli Atenei più meritevoli, siccome riconosciuti dall’Anvur che, come noto, stila periodicamente una speciale graduatoria che premia la qualità della ricerca e della didattica.

Infatti, chi si aspettava che i finanziamenti fossero ripartiti proprio in base ai meriti riconosciuti dall’Anvur, non solo è rimasto deluso, ma si è addirittura risentito, perché i meriti  (o i demeriti) di ciascuno non hanno avuto alcun riflesso sul riparto dei finanziamenti stessi.

Accade, infatti, che un Ateneo come quello di Padova, al primo posto nella graduatoria Anvur in sette aree di ricerca su quattordici, sia scivolato al 25° posto nei finanziamenti.

Non meno clamorosa la sorte riservata all’Università Milano Bicocca che, pur quasi appaiata nel merito a Padova, si è ritrovata addirittura al 41° posto per finanziamenti.

E la lista di questi squilibri tra merito e fondi statali potrebbe continuare.

In realtà, il criterio per l’assegnazione dei fondi ai singoli Atenei, lungi dall’essere ancorato al merito di cui si è detto, risulta tuttora legato alla spesa storica di ciascuno di essi, per cui non c’è da stupirsi se Università come quelle della Tuscia o di Teramo ottengano rispettivamente 6600 e 5700 euro a studente, contro i 4300 di Padova e i 3700 di Milano Bicocca.

Dopo la protesta dei Rettori, a chiedere un nuovo sistema di attribuzione dei fondi è stata anche Confindustria, che ha auspicato la messa a punto di un metodo condiviso con la conferenza dei Rettori stessi.

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