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Lunedì, 27 Lug 2026

altE’ tempo di confronti e di ritorni. Ma mentre questi sono veri, quelli sono soltanto apparenti.

Dopo la proposta di riforma dell’università targata Pd, da noi illustrata la settimana scorsa, ora ce n’è un’altra, non sappiamo se di centrodestra, comunque presentata da Letizia Moratti l’8 aprile scorso a San Patrignano, insieme a esponenti del mondo universitario e delle imprese.

Sì, proprio dall’ex ministra in persona, ora tornata in campo. Un po’ come la ministra Fornero, intervenuta qualche giorno fa su Repubblica per difendere la sua riforma, ora che Boeri la mette in discussione.

Così, se la settimana scorsa è andata in scena la Buona Università, ora è la volta della Positive University. Ma quanto ci piace la lingua inglese! Quelli del Pd, infatti, dicono Higher Education.

Il guaio è che la consonanza non è solo linguistica, ma anche di sostanza.

Anche qui, pur partendo dal riconoscimento che “le università sono un bene pubblico”, l’approdo ci sembra assolutamente identico a quello delineato dagli esponenti del governo in carica.

Infatti, assistiamo subito a una repentina virata verso la fuoriuscita dei docenti dalla pubblica amministrazione, astutamente veicolata come un fatto che potrebbe “anche significare un cambiamento nelle politiche retributive”, naturalmente alludendo a un cambiamento in melius, musica per le orecchie di professori che per il loro rango non si sentono adeguatamente ricompensati.

Perfetta consonanza anche sull’altro punto dell’internazionalizzazione, ora ostacolata o comunque rallentata “da problemi amministrativi consistenti e impedenti”. Insomma, buttato a mare il diritto amministrativo, con i suoi lacci e lacciuoli, come d’incanto, si risolverebbero tutti i problemi e l’università diverrebbe improvvisamente competitiva.

Per il resto, la proposta insiste su aspetti e profili tradizionalmente cari all’area culturale da cui la Moratti  proviene: attenzione particolare ai singoli individui, forte partnership con il mondo delle imprese, migliore selezione per allevare talenti.

C’è poi l’idea dell’università come formazione permanente, ossia anche per il pubblico adulto e non solo per i ventenni,  e infine quella di un codice etico, che però c’è già da quasi un lustro.

A parte la soluzione della fuoriuscita dal diritto amministrativo, che ormai sembra pervadere tutta la politica italiana, niente di nuovo e di apprezzabile.

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