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Venerdì, 30 Gen 2026

altA Renzi, che dopo la “Buona Scuola” vuole inaugurare la “Buona Università”, ha  indirettamente risposto la scorsa settimana sul Sole24ore il presidente della Crui, Stefano Paleari, affermando che l’università italiana, secondo le classifiche QS World University Rankings, che prendono in esame 36 aree disciplinari in 60 nazioni, è tra le prime 10 del globo.

Insomma, come si ama dire oggi, nella Top ten, anzi nel G8, perché, se proprio vogliamo essere precisi, si è appunto classificata all’ottavo posto a livello mondiale. Proprio così sembrerebbero stare le cose, sol che si faccia la dovuta attenzione alle classifiche da cui siamo quasi quotidianamente inondati e sopraffatti.

Premesso che in materia educativa può essere azzardato fare classifiche, queste non dovrebbero mai essere asservite a pregiudizi di sorta, rendendosi così funzionali a impieghi non corretti, ma occorre mirare sempre a far capire ciò che intendono misurare e spiegare.

Lato sensu considerate, sembra possibile in ogni caso distinguere fra classifiche quantitative, in cui ciò che si misura dipende spesso dagli investimenti fatti, e qualitative, in cui prevalgono prestigio e produttività dei ricercatori.

E’ ovvio che, visto che da noi, almeno in termini comparativi, si investe poco, nel primo tipo di classifiche l’Italia non potrà mai ambire a scalare la Top ten.

Il risultato esattamente opposto l’Italia ottiene invece nel secondo tipo di classifiche, come appunto in quella redatta da QS, che fa riferimento alle citazioni delle pubblicazioni prodotte, tanto in ambito accademico internazionale che presso le imprese.

Dalle classifiche QS emerge che nel nostro paese l’eccellenza singola è diffusa, nel senso che, pur senza eccellere nella sua interezza, ogni ateneo può avere punte di valore nei singoli campi. Una situazione, questa, che, secondo Paleari, è “auspicabile in un Paese che vuole preservare una sua identità e un modo di intendere la formazione superiore come aperta e accessibile, da nord a sud”.

Nondimeno, va in ogni caso sottolineato che la “qualità diffusa” non ha impedito, come rilevato sempre da QS, che in questi anni si formassero, sul modello inglese, forti sistemi territoriali intorno alle aree universitarie di Milano, Roma e Napoli, nonché, entro certi limiti, intorno alle città capoluogo di regione in tutta la Penisola.

Rebus sic stantibus, un caveat più chiaro e forte di quello pronunciato da Paleari non avrebbe potuto essere stato lanciato. Il presidente della Crui ha aggiunto: “In sintesi, par di intendere che anche le tanto ‘amate’ classifiche ci rivelano che in questi anni si è detto molto male e non sempre a ragione sull’università italiana. Teniamolo presente per il futuro quando si parlerà di ‘buona’ o, meglio, di ‘nuova’ università. Chi vuole che il merito continui ad affermarsi, chi desidera che l’università sia il banco di prova per una vera mobilità sociale, parta dai numeri e dalla conoscenza dei fatti”.

Il governo dovrà, pertanto, riflettere bene sul da farsi in materia di riforma dell’università, perché, se è vero che tutto è perfettibile, occorre anche non dimenticare che l’ottimo è nemico del bene.

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