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Venerdì, 30 Gen 2026

di Roberto Tomei

Nella "storia" dei proverbi, la mancanza di documenti certi impone un salto inevitabile dai peripatetici agli alessandrini.

Presso questi lo studio dei proverbi  ha rivestito grande importanza e ha avuto caratteri peculiari, tanto che da taluno (R. Pfeiffer) si è parlato di una vera e propria frattura rispetto al "metodo " peripatetico, tesi giudicata da altri (L. E. Rossi) troppo radicale, atteso che per quanto attiene alle raccolte di proverbi sarebbe senz'altro possibile sostenere una sostanziale continuità di interessi tra Aristotele, la sua scuola e i filologi alessandrini.

Senza entrare nella diatriba tra continuità e frattura, è certo che gli alessandrini diedero corpo a raccolte sterminate di proverbi. Basti pensare che, secondo le notizie che ci sono pervenute, soltanto Aristofane di Bisanzio ne pubblicò una in sei libri, dei quali due dedicati ai proverbi con una precisa struttura metrica e gli altri quattro a quelli che ne erano sforniti.

Rispetto a coloro che l'avevano preceduto, Aristofane mostra certamente una particolare sensibilità filologico-letteraria. Pur senza dimenticare l'origine popolare dei proverbi, evidenziata da Aristotele, egli si affanna, in particolare, a ricercarne l'esatta formulazione e i differenti significati, rintracciandoli nei testi letterari, specialmente in quelli dei poeti comici.

Notevole importanza ha avuto poi la figura di Didimo (età di Augusto), altro grande raccoglitore di proverbi, anche se il suo acume critico è stato talvolta messo in discussione. La sua rilevanza risulta comunque dalla raccolta di proverbi di Zenobio (età di Adriano), che è sostanzialmente un compendio dell'opera di Didimo. Di tale raccolta, che doveva avere finalità di tipo scolastico, non ci è rimasta purtroppo la redazione originaria ma stesure successive, che hanno subito epitomazioni e interpolazioni.

Nella cultura bizantina, al genere paremiografico (raccolte di proverbi) si affiancano, secondo una distinzione già fatta dai peripatetici, gnomologi e florilegi, cioè raccolte di sentenze(gnomai), detti celebri e versi sentenziosi, tratti da vari autori, soprattutto tragici e da Menandro (attribuiti a essi). Molte raccolte, avendo finalità scolastiche, vengono riportate in testi di larga diffusione, tra i quali primeggia l'Anthologicon di Stobeo (V sec.).

Ma grande importanza rivestono anche altri gnomologi bizantini, tra i quali acquistano particolare  rilevanza quelli fioriti in ambito cristiano a partire dal nono secolo, con scopi di carattere spirituale e morale.

Questi sono suddivisi in tre gruppi: quelli damasceni, derivati da un'opera di Giovanni Damasceno, risalenti all'ottavo secolo; quelli sacro-profani, così detti perché comprendevano anche brani di autori pagani, nel segno di un recupero culturale dell'ormai morto paganesimo; quelli monastici, di epoca più tarda, tra i quali il più significativo è quello di Atanasio Sinaita.

Anche nella tradizione greca esistono raccolte di gnomai, attribuite a un solo autore. La più nota è costituita dai Monostici di Menandro, un corpus consistente, sviluppatosi grazie al fatto che la commedia menandrea faceva largo uso di massime a carattere etico di rilievo generale.
3 - continua

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