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Venerdì, 16 Ott 2026

In attesa di conoscere le misure messe in atto dal nuovo Governo per traghettare l’Italia su lidi più sicuri, cercando di non farla affondare, la Commissione europea ha tracciato un quadro, tanto impietoso quanto inevitabile della situazione economica e delle finanze pubbliche.

I problemi sono ben noti e nulla si è fatto in questi anni per risolverli, se non continuare a prendere tempo in attesa di giorni migliori.

La Commissione europea non fa altro che ricordarci che abbiamo un debito pubblico troppo elevato rispetto al Pil – siamo arrivati al 132,5% nel 2013 – e al tempo stesso una bassa competitività a causa di una produttività in continua stagnazione. Questo ci condanna ad avere conti pubblici con un consistente avanzo primario, per pagare più di 80 miliardi di euro l’anno di interessi (sperando che i tassi nominali non crescano), ma al tempo stesso ad avere una crescita sostenuta del Pil.

Tutto questo in un contesto di inefficienze nella pubblica amministrazione e nel sistema giudiziario, una debole governance, alti livelli di corruzione e di evasione fiscale, ritardi nello sviluppo del capitale umano.

Considerando anche le dimensioni dell’economia italiana, ci sono sufficienti elementi per preoccupare seriamente i partners europei che non esitano a parlare di squilibrio macroeconomico eccessivo che rischia di coinvolgere l’intera area dell’euro.

Non si è fatta attendere la risposta di Renzi e del ministro dell’economia Padoan, anche se talvolta sarebbe meglio tacere e far parlare i fatti.

Il primo, nella migliore delle tradizioni italiche, ha scaricato la colpa sul governo precedente, dichiarando candidamente di essere a conoscenza che “i numeri non erano quelli che raccontava Letta, ma siamo gentiluomini e non abbiamo calcato la mano”. Come se fosse la cosa più naturale di questo mondo che il leader del principale partito di maggioranza possa essere complice del governo nel taroccare i numeri del Paese.

Il secondo si è affidato a un comunicato stampa in cui afferma, tra l’altro, che “le aziende manifatturiere italiane hanno fatto ricorso alla riduzione dei costi di produzione, al miglioramento qualitativo dei prodotti e al contenimento dei prezzi e dei margini di profitto e questo ha permesso un netto miglioramento dei conti verso l'estero”.

Però, poiché a differenza di Renzi preferiamo che si dicano le cose come stanno, ricordiamo al ministro che il saldo positivo della bilancia commerciale è dovuto a un crollo delle importazioni di quasi il 10% nell’ultimo biennio.

Padoan conclude che “Ora è giunto il momento di porre al centro dell’azione del Governo la crescita economica e l’occupazione”.

Sono in molti a chiedersi se stiamo parlando della stessa persona che solo pochi mesi fa, quando era capo economista dell’Ocse, si è schierato più volte a favore delle politiche di austerity. Uno strenuo difensore del consolidamento fiscale, che portò Paul Krugman a commentare: “ci sono economisti con incarichi pubblici che talvolta danno cattivi consigli; talvolta danno pessimi consigli e talvolta lavorano all’Ocse”.

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