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Giovedì, 05 Nov 2026

Con l’avvicinarsi delle elezioni europee, il dibattito politico si sta concentrando sugli effetti del Fiscal Compact, un provvedimento odioso, non fosse altro per il nome straniero che suscita diffidenza. Anche Il suo vero appellativo, l’altisonante “Trattato sulla stabilità sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria” non desta molta simpatia.

Il Parlamento europeo  con una Risoluzione del 18 gennaio 2012 espresse “perplessità circa la necessità di un siffatto accordo intergovernativo, i cui principali obiettivi possono essere, nella maggior parte dei casi, raggiunti in modo migliore e più efficace attraverso misure nel quadro del diritto dell'Unione, in modo da fornire una risposta rapida, ferma e sostenibile all'attuale crisi finanziaria ed economica e alla crisi sociale in molti Stati membri dell'Unione europea”.

Il Parlamento ribadì altresì che “la sola disciplina di bilancio, sebbene sia alla base di una crescita sostenibile, non determinerà di per sé una ripresa e che l'accordo debba inviare chiaramente il segnale che i leader dell'Europa sono pronti a intraprendere azioni altrettanto vigorose su entrambi i fronti (stabilità e crescita sostenibile, ndr); insiste quindi sul fatto che l'accordo deve prevedere un impegno delle parti contraenti a favore di misure atte a promuovere una maggiore convergenza e competitività, come pure proposte relative a un fondo di ammortamento, obbligazioni collegate a progetti («project bonds»), un'imposta sulle transazioni finanziarie disciplinata dal diritto dell'Unione e una tabella di marcia per le obbligazioni di stabilità, garantendo nel contempo la disciplina di bilancio”.

L’appello rimase inascoltato e il Consiglio europeo del 30 gennaio 2012 approvò ugualmente il trattato, che rafforzava il coordinamento economico nell’area dell’euro. Si giunse, quindi, al 2 marzo 2012, quando tutti i Paesi dell’Unione europea, con l’eccezione di Regno Unito e Repubblica Ceca, sottoscrissero questo accordo intergovernativo, che si pone al di fuori della legislazione comunitaria.

Per renderlo efficace, le parti contraenti si impegnarono a introdurre il principio del pareggio di bilancio “nel diritto nazionale al più tardi un anno dopo l'entrata in vigore del presente trattato tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio”.

Ma in Italia, a prescindere dal Fiscal compact, il pareggio di bilancio in Costituzione era stato già deciso da alcuni mesi nelle stanze del potere. La procedura di modifica costituzionale, avviata l'8 settembre 2011 con un disegno di legge del governo Berlusconi, era a buon punto e fu approvata in prima lettura alla Camera (in meno di un mese) e, dopo il passaggio di testimone da Berlusconi a Monti, al Senato il 15 dicembre 2011 (255 voti favorevoli, 0 contrari e 14 astenuti).

La sottoscrizione del trattato intergovernativo provocò solo un’accelerazione dell’iter parlamentare, con una definitiva approvazione in seconda lettura alla Camera il 6 marzo e al Senato il 17 aprile del 2012. In entrambi i rami fu superata la soglia dei due terzi, impedendo anche l’effettuazione del referendum popolare confermativo.

A nulla valsero, anche in questo caso, gli appelli della società civile, con Stefano Rodotà in prima linea, che non esitò a definire l’operazione come un vero e proprio scippo della Costituzione.

Approfittando della calura estiva e, praticamente, senza alcuna discussione, il Parlamento ratificò a larghissima maggioranza anche il Fiscal Compact, con il voto contrario del senatore Elio Lannutti, lo stesso che ora, in veste di presidente di Adusbef, ha fatto riaprire alla Corte dei Conti il dossier sulla rivalutazione delle quote di Banca d’Italia.

Il Fiscal Compact e i Regolamenti comunitari ai quali si richiama, la legge costituzionale n. 1/2012 e la legge “rinforzata” n. 243/2012 (che traduce in termini applicativi il nuovo dettato costituzionale) hanno introdotto in maniera rigida e permanente una politica fiscale di austerity, che con i suoi effetti prociclici sta bloccando la crescita e l’occupazione.

E tutto ciò, senza un serio dibattito economico e senza il coinvolgimento della cittadinanza, è stato gestito da una classe politica che, nel frattempo, ha proseguito a godere dei privilegi della casta, ad alimentare le spese improduttive, a non contrastare la corruzione e l’evasione fiscale.

*www.francomostacci.it

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