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Venerdì, 30 Gen 2026

Giorgia Meloni ha preso una botta. Da musa della destra esce dalle urne sarde con una musata. Questa è la prima considerazione da fare obiettivamente. Sui perché e sui per come l'ha presa i commenti di giornali, politici e anchormen si sprecano.

In questo spettro di analisi fanno una certa tenerezza i pretoriani della destra meloniana che credendo di fare un favore alla Meloni cercano di mettere in risalto il divario fra il voto complessivo delle liste a sostegno di Truzzu e quello per Truzzu medesimo. Dimenticano, appunto, che anche la scelta del candidato è stata tutta opera sua, dettata da un'esigenza di potere imposto ad un'isola dove le imposizioni non sono mai piaciute. Questo incaponimento della Meloni era ben visibile con la sua faccia esposta sui manifesti alluvionali con cui ha incartato l'isola. Ma questo la dice lunga sul profilo politico della premier e sulla sua pochezza politica.

Il "miracolo Todde" sta per l'essenziale nell'aver indovinato la chiave nell'ultimo scorcio di campagna elettorale. Si è fatta interprete della volontà dei sardi di non subire imposizioni dal governo di Roma con un candidato che per di più era già considerato un fallimento nella sua città di Cagliari come sindaco.

È stata questa chiave "sardista" che, tra l'altro, ha contribuito a ridurre il danno di Soru e della sua bizzarra coalizione nata per azzoppare la Todde e far vincere obiettivamente la destra.

La gioia per la prima musata politica della Meloni non deve però far dimenticare il dato dell'astensione elettorale. Nonostante l'accesa sfida con in ballo molteplici poste, i sardi andati a votare sono stati il 52,4%, un po' meno della volta precedente.

Questo muro non è stato scalfito. Ed è proprio questo il muro, dove a votare di meno sono i ceti popolari, che i progressisti debbono abbattere se vogliono vincere con una larga mobilitazione popolare e unitaria contro una destra post fascista.

Fra meno di due settimane si voterà in Abruzzo. Ogni elezione locale fa storia a sé e tuttavia l'esito abruzzese può testimoniare veramente se in Italia l'aria sta cambiando. Qui tutto l'arco progressista e moderato - perfino Italia Viva di Renzi e Azione di Calenda - sostiene il candidato Luciano D'Amico contro l'attuale governatore Marco Marsilio pedina pesante di FdI, sostenuto a sua volta dall'intero destracentro. E non c'è il voto disgiunto. Molti ancora non lo sanno ma ogni Regione è stata autorizzata a farsi la legge che più le piace nel festival delle pezze a colori che è diventata l'Italia. La legge sull'autonomia differenziata di Meloni-Calderoli è solo il compimento estremo di qualcosa che è già in atto.

Vedremo come andrà.

Poi verranno Basilicata, Piemonte e Umbria e oltre 3.700 comuni, tra cui 27 capoluoghi di provincia e sei capoluoghi di regione. Non solo europee, quindi. Una cavalcata elettorale che ci dirà qual è la salute politica non solo di Meloni e Salvini ma anche quella dei progressisti, dei moderati e, soprattutto, dell'antifascismo.

Che poi è quella dell'Italia.

Aldo Pirone
scrittore e editorialista
facebook.com/aldo.pirone.7
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