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Domenica, 03 Mag 2026

È evidente anche ai ciechi che Netanyahu ha sempre avuto come obiettivo quello di cacciare i palestinesi dalla Grande Israele dal "fiume al mare" che poi è, all'inverso, lo stesso slogan di Hamas.

L'orribile offensiva in atto in Cisgiordania contro i palestinesi è la prosecuzione di quella strategia di sostituzione etnico-religiosa o di asservimento degli arabo-palestinesi in atto da parte israeliana già prima del pogrom islamista del 7 ottobre.

Combattere il terrorismo per Netanyahu è diventato solo un pretesto per ben altri scopi. Dire che si vuole snidare i covi terroristi ammazzando palestinesi che oggettivamente sono frammischiati ad essi e, in alcuni casi, anche ben accetti e protetti vista la cura a cui sono sottoposti da Israele, è pura propaganda davanti alle oltre 40 mila vittime palestinesi a Gaza e alle centinaia dell'offensiva in corso in Cisgiordania.

Il premier israeliano fa come gli pare in Palestina, non osserva le risoluzioni dell'Onu né i flebili e, per molti versi, ipocriti lagni dell'Europa e di una gran parte dell'establishment degli Stati Uniti. Mentre in quel conflitto tutti gli "amici fraterni" dei palestinesi ci inzuppano il pane per ben altri obiettivi non sempre coincidenti con la loro libertà e liberazione.

Ma non c'è solo questo, c'è la divisione interna alla società israeliana emersa chiaramente il 18 luglio scorso quando il Parlamento israeliano ha votato contro l'ipotesi di uno Stato palestinese: 68 voti contro 9. Quattro voti in più della maggioranza di destra al governo. Contro hanno votato il partito arabo Ràam, i laburisti e la coalizione di sinistra Hadash-Tàal. Solo che i voti di costoro erano 20 e più di qualcuno deve essersi perso per strada. Hanno abbandonato l'aula i deputati del partito d'opposizione Yesh Atid del leader Yair Lapid, sebbene si fossero detti favorevoli alla cosiddetta soluzione dei due Stati.

Quanti tra gli stessi israeliani - che hanno manifestato contro Netanyahu per lo stravolgimento autoritario e un po' fascistico di alcune tra le 14 Leggi fondamentali di Israele - sono a favore della guerra ai palestinesi dopo il massacro in stile nazista di Hamas del 7 ottobre? E quanti quelli che pur riconoscono le responsabilità primarie di Netanyahu per l'impreparazione dimostrata nel pogrom di ottobre e che però non sono contrari alla guerra ai palestinesi?

Solo i familiari degli ostaggi ancora in mano ad Hamas manifestano ogni settimana contro Netanyahu per la liberazione dei loro cari e per questo sono favorevoli alla tregua e alla cessazione del fuoco.

Primo Levi, fin dal 1984, sosteneva che un ruolo particolare nell'influire beneficamente sugli ebrei israeliani avrebbero dovuto averlo gli ebrei sparsi per il mondo, gli "ebrei della diaspora", perché più adatti a coltivare "il filone ebraico della tolleranza". "Direi - affermava - che il meglio della cultura ebraica è il fatto di essere dispersa, policentrica".

Non immaginava che gli eredi del rabbino Meir Kahane, che per lui rappresentava il peggio del peggio, sarebbero cresciuti così tanto all'interno della società israeliana assumendo al governo i volti di Smotrich e Ben Gvir alleati di Netanyahu.

Spetta anche all'ebraismo laico e progressista sparso per il mondo premere sugli ebrei israeliani perché si sottraggano, nonostante tutto, alla fascinazione nazionalistica e xenofoba di Eretz Israel.

Ho sempre sostenuto che la battaglia interna a Israele contro Netanyahu a difesa delle Leggi fondamentali, in una parola di uno Stato israeliano laico e democratico, ha un nesso inscindibile con la libertà dei palestinesi e con il diritto a un loro Stato altrettanto laico e democratico. Finché questo nesso non viene compreso dalla maggioranza degli israeliani, Netanyahu dormirà sonni tranquilli.

Diversamente dai palestinesi di Cisgiordania e Gaza e anche degli stessi israeliani.

Aldo Pirone
editorialista e scrittore
facebook.com/aldo.pirone.7
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