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Giovedì, 19 Feb 2026

“Questa volta il giudice sei tu! Vota Sì” ,“La legge sarà uguale per tutti. Vota Sì”. Sono solo due degli slogan della campagna referendaria per il Sì. E sono tra i meno beceri (ogni giorno che passa, con la crescita del numero dei favorevoli al No, ne vediamo di peggiori) ma, per tante ragioni, tra i più mendaci.

Non è una riforma costituzionale che migliora la vita dei cittadini e il loro diritto a una giustizia attenta e veloce, non lo è perché, come ci ricorda l’esimio costituzionalista Gustavo Zagrelbesky, “Quella che è presentata subdolamente come la Riforma della giustizia, mentre è tutt'altra cosa. In realtà è una rivalsa di certa politica contro certa magistratura per spostare gli equilibri costituzionali a favore dell'impunità della prima e a danno dell'autonomia e dell'indipendenza della seconda… Detto altrimenti: ai potenti che muovono la politica serve più libertà d'azione e, a questo scopo occorre limitare o condizionare i controlli… ogni modifica o ritocco alla Costituzione è una riallocazione di potere. Perciò: più alla politica vuol dire meno alla giustizia… In definitiva possiamo tranquillamente dire che il senso profondo della “Riforma” è… l'intimidazione: divisione dei magistrati in due status diversi; estrazioni a sorte per rompere i rapporti di colleganza e creare isolamento; sottoposizione a una spropositata istanza disciplinare” (l’Alta Corte disciplinare, le cui sentenze saranno praticamente inappellabili potendo il magistrato incolpato ricorrere solo ad essa e non in Cassazione, come possono fare tutti i cittadini, ndr).

In un paese, come il nostro, dove si stima che ogni anno la corruzione abbia un costo intorno ai 240 miliardi, pari a circa il 13% del Pil, avere una magistratura debole e sottomessa al potere politico, significa far crescere il fenomeno.

La politica, come noto, tende ad abusare del proprio potere; l’unico argine è, certo non sempre, la magistratura. I potenti, l’abbiamo visto tante volte, hanno mezzi per resistere per tutti i gradi di giudizio fino alla prescrizione (peraltro sempre più breve), i comuni cittadini no. E purtroppo, se non ci fossero mai stati - e ahimè qualcuno ce n’è stato - magistrati ammiccanti al potere, oggi non saremmo a questa drammatica svolta.

Ci dicono (in verità non tutti gli esponenti della maggioranza) che, grazie a questa riforma, i tempi della giustizia saranno più brevi. Non è vero! Se si volessero ridurre davvero, basterebbe depenalizzare tanti reati, semplificare le procedure, limitare il ricorso ai tribunali per ogni minima causa di diverbio, a cominciare dalle querele temerarie dei politici o dei potenti contro la stampa e, soprattutto, assumere magistrati (abbiamo 11,8 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 17,6) e personale di cancelleria; migliorare le dotazioni informatiche e le sedi dei tribunali. Invece, si fa tutto il contrario. Ad esempio, solo con i tre decreti sicurezza di questo governo si introducono tra 52 e 60 nuovi reati e ben 57 aggravanti degli stessi, il tutto, ha calcolato qualche giurista, punibile con oltre 410 anni di carcere. Quanto poi agli investimenti, per il comparto giustizia si registrano solo tagli.

Il governo Meloni, anziché riformare le regole processuali e il codice penale nelle parti in cui paralizzano la giustizia, stravolge la divisione dei poteri dello Stato e, per rafforzare il potere dell’esecutivo, demolisce gli equilibri costituzionali che garantiscono tutti i cittadini.

Per tranquillizzarci, ci dicono che con la “Riforma della giustizia” stanno semplicemente applicando il codice Vassalli, che fu eroe della Resistenza, e quindi non c’è nulla da temere. Ma, come ci hanno ricordato i più stretti collaboratori dell’allora ministro di grazia e giustizia, quella riformulazione del codice di procedura penale - teoricamente improntata al garantismo, basata sulla parità tra accusa e difesa e sulla formazione della prova in dibattimento - non lo convinceva affatto. Infatti, il nuovo codice negli anni si è rivelato per più parti farraginoso in quanto porta a indagini relativamente brevi (che si vuole accorciare ulteriormente) e talvolta incomplete, che conducono a processi dai tempi talmente lunghi da agevolare la prescrizione. Inoltre, ogni tentativo di revisione si è tradotto in ulteriori allungamenti dei tempi.

Insomma, come ha scritto Marco Travaglio nel suo libro “Perché NO”, “Il processo penale è stato trasformato in una corsa a ostacoli senza fine: una gigantesca e costosissima macchina trita-acqua che gira a vuoto, soprattutto per gli imputati più ricchi e potenti”.

Con la “Riforma”, vi sarà la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), organo costituzionale di autogoverno della Magistratura stessa, verrà anch’esso sdoppiato (uno per i primi e, l’altro per i secondi) e perderà la funzione disciplinare che verrà devoluta a un organo di nuova istituzione: l’Alta Corte.

Unico fattore comune dei tre nuovi organismi sarà l’estrazione a sorte dei componenti magistrati (un unicum nella storia del diritto costituzionale), mentre la componente laica verrà eletta, a Camere riunite, da una elenco ristretto scelto dalla maggioranza politica del momento.

In realtà, la separazione delle carriere è il primo passo per porre il pubblico ministero alle dipendenze del potere politico, facendo sì che esso non sia più “organo di giustizia” tenuto all’obbligatorietà dell’azione penale. Esso diverrà, come dice il ministro Nordio, l’avvocato dell’accusa, un “organo di accusa”. La priorità dei reati da perseguire verrà stabilita dal governo e, come accennato da altri esponenti dell’attuale esecutivo, a seguire, con legge ordinaria, si sottrarrà la polizia giudiziaria dagli ordini del pubblico ministero per porla alle dirette dipendenze dell’esecutivo stesso.

In definitiva, non avremmo più un pubblico ministero a caccia della verità ma alla ricerca di un colpevole purché sia. L’importante per lui sarà la contabilità, il numero degli indagati mandati a processo e delle condanne ottenute. Ma non basta, si dice che pagherà se sbaglia. E come? Se vi sarà un Csm di soli pubblici ministeri, come prevede la “Riforma” oggetto di referendum, a valutare il suo operato, come dianzi evidenziato, sarà un organismo di casta.

E come andranno le cose per il cittadino? Male, se non ha una buona disponibilità economica per difendersi, per ingaggiare un grande avvocato, per pagare investigatori privati e periti, sarà destinato ad essere condannato. Se già oggi difendersi in tribunale è oneroso, dopo la “Riforma” lo sarà infinitamente di più.

I padri costituenti, non a caso, avevano previsto per pubblici ministeri e giudici un unico concorso, la stessa formazione e la medesima carriera, pur svolgendo funzioni diverse, perché per entrambi il compito era perseguire la verità nel processo. Infatti, un pubblico ministero che ragiona con la testa del giudice anziché dell'inquisitore, è la migliore garanzia per noi cittadini.

Basta guardare agli Usa per capire che un pubblico ministero, “avvocato dell’accusa” come lo sogna Nordio, non fa che produrre errori giudiziari: si stima che almeno il 4% dei condannati a morte sia innocente.

L’operazione che qui si vuol fare è quella di eliminare un contropotere e altri ne verranno, abbattuti perché lo scopo è di arrivare ad avere un solo soggetto al comando. E per arrivarci si giunge al paradosso di un organo costituzionale in cui una componente, quella dei magistrati, verrà estratta a sorte tra i magistrati stessi (che sono circa 9.700), mentre la componente laica verrà eletta tra una lista ristretta di soggetti scelta dalla politica, magari in futuro anche con il voto a maggioranza semplice delle Camere. Un sorteggio, quello per la componente togata, che viene giustificato da quanto emerso dopo lo scandalo Palamara, come se in quella vicenda fosse coinvolta solo la componente togata del Csm e non anche quella laica e dei politici.

Nell’Alta Corte, cui competerà la funzione disciplinare, la componente togata sarà sorteggiata tra i magistrati più anziani della Corte di Cassazione, come accadeva fino al 1907, in epoca Sabauda. Il rischio, tutt’altro che remoto, sarà che difficilmente nei Tribunali si avranno sentenze innovative, ma ci si atterrà ai cosiddetti orientamenti consolidati della Cassazione.

Siffatto nuovo organismo appare oltremodo punitivo nei confronti di quei magistrati che, con le loro sentenze, e non per altro, sono considerati come di ostacolo all’azione del governo, tant’è che le decisioni dell’Alta Corte sono impugnabili solo dinanzi al medesimo organismo e non presso la Corte di Cassazione, come per qualsiasi cittadino. Un altro unicum costituzionale della sbandierata “Riforma della giustizia”!

Tutta questa operazione comporterà un minore aggravio dei costi? No, se oggi abbiamo un unico Csm, composto da 33 membri, che costa 50 milioni l’anno, c’è una sola Scuola per la magistratura e 26 Consigli giudiziari, domani avremo 2 Csm più un’Alta Corte (in totale 49 togati e 26 laici, oltre a tre membri di diritto), raddoppieranno le Scuole per la magistratura e i Consigli giudiziari. Un carrozzone che richiederà nuovo personale e sedi.

Corsi e ricorsi storici? Mussolini nel 1925 modificò l’Ordinamento giudiziario, stabilendo che il pubblico ministero divenisse il “rappresentante del potere esecutivo presso l'Autorità giudiziaria ponendolo sotto la direzione del ministro di Giustizia”, successivamente istituì i Tribunali speciali per i reati politici.

Tutto ci fa pensare che se passasse il Sì la nostra non sarebbe più una democrazia nella forma attuale ma una democratura. E’ una “Riforma” pensata per controllare un potere dello Stato: la magistratura. Si parte con la separazione delle carriere, per poi sottomettere il potere giudiziario al potere esecutivo, che deciderà quali reati perseguire e come.

È evidente che in un tale sistema avremo da rimetterci solo noi comuni cittadini.

Per approfondire l'argomento, consigliamo la lettura di:

Perché NO. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici paroledi Marco Travaglio - Ed. Paper FIRST, 2026 - pp. 194, euro 15,00 -
Le ragioni del No. La posta in gioco nel referendum costituzionaledi Nello Rossi e Armando Spataro - Ed. Laterza, 2026 - pp. 144, euro 12,00 -

Adriana Spera
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