Quarant’anni fa, in Ucraina, la mattina del 26 aprile 1986 segnò uno spartiacque nella storia contemporanea: nella centrale nucleare di Chernobyl si verificò il più grave disastro industriale mai registrato.
Uno dei quattro reattori esplose durante un test condotto in condizioni di sicurezza inadeguate, a causa di gravi errori umani e gestionali.
L’esplosione liberò nell’atmosfera una quantità enorme di materiale radioattivo che si diffuse ben oltre i confini sovietici, contaminando vaste aree d’Europa e causando, direttamente e indirettamente, migliaia di morti.
Insieme all’incidente di Fukushima del 2011, Chernobyl rappresenta uno degli eventi più gravi nella storia del nucleare civile.
Eppure, già allora, ciò che colpì profondamente fu il senso di smarrimento collettivo: pur trattandosi di una tragedia i cui effetti si concentrarono soprattutto in Europa, l’intera umanità si trovò impreparata di fronte all’imprevedibile.
Fu una lezione severa, forse la prima davvero globale, che incrinò la fiducia assoluta dell’homo technologicus nella propria capacità di controllo.
Il disastro di Chernobyl rappresentò anche una svolta decisiva per il femminismo italiano.
Non venne più interpretato come un episodio isolato - come era accaduto per il Disastro di Seveso - ma come il segnale di uno squilibrio più profondo, radicato nel modello di sviluppo.
La critica delle donne mise in discussione la presunta neutralità della scienza, sottolineando come anche il sapere scientifico sia attraversato da elementi soggettivi, culturali e politici.
Da questa consapevolezza nacque una riflessione più ampia sul rapporto tra conoscenza, responsabilità e potere, aprendo la strada a una visione della scienza meno astratta e più attenta alle conseguenze umane e ambientali.
Chernobyl influenzò anche le politiche energetiche. Se negli anni Ottanta il nucleare occupava una posizione dominante, negli anni successivi diversi paesi iniziarono - seppur lentamente e con molte contraddizioni - a orientarsi verso fonti rinnovabili. Un cambiamento importante, ma ancora insufficiente.
Oggi, mentre nuovi conflitti ridisegnano gli equilibri globali, assistiamo con amarezza al crollo di molte certezze.
Anche la speranza condivisa tra il movimento delle donne e le giovani generazioni - quella di una transizione ecologica capace di trasformare radicalmente il modello di sviluppo - appare fragile, messa a dura prova dalla realtà.
Chernobyl, a quarant’anni di distanza, resta più di una memoria: è un monito ancora aperto, una domanda irrisolta sul nostro futuro.
Per approfondire: “Scienziate nel tempo. Più di cento biografie dall’antichità all’IA”, (Ledizioni, 2026).
Sara Sesti
Matematica, ricercatrice in storia della scienza
Collabora con l'Università delle donne di Milano
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