Prima Dario Amodei, CEO di Anthropic, poi Sam Altman, CEO di OpenAI, e infine Elon Musk, alla guida di xAI, chiedono una regolamentazione internazionale dell’Intelligenza Artificiale.
Una richiesta che può sembrare sorprendente: proprio le aziende che stanno costruendo i sistemi di IA più potenti al mondo invocano regole comuni e vincolanti.
Ma la domanda è inevitabile: chi dovrebbe scrivere queste regole? E, soprattutto, chi decide dove si mette il tavolo?
Una regolamentazione pubblica potrebbe limitare i loro margini di azione. La risposta è allora l’autoregolamentazione: mettiamoci d’accordo tra noi, con un coordinamento volontario e standard condivisi dagli stessi protagonisti del settore.
Suona responsabile, ma il rischio è evidente: competitor che stabiliscono le proprie regole senza un controllo pubblico e senza un arbitro indipendente. Sono loro a proteggere se stessi.
C’è certamente una paura genuina per i rischi dell’IA, ma anche la necessità di tutelare enormi interessi economici e i miliardi del futuro.
Chiedere agli stessi attori di autoregolamentarsi significa lasciare nelle loro mani anche il disegno del tavolo su cui siederanno.
Come evitarlo? È tempo che la politica si occupi seriamente dell’IA, con una regolamentazione internazionale, pubblica e vincolante, più difficile da piegare agli interessi dei singoli giganti tecnologici o di una sola superpotenza.
Non è una soluzione perfetta, ma è certamente più difficile da manipolare.
Sara Sesti
Matematica, ricercatrice in storia della scienza
Collabora con l'Università delle donne di Milano
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