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Venerdì, 30 Gen 2026

Che cosa resta del ’68 di Paolo Pombeni, editore Il Mulino, Bologna, 2018, pp.128, euro 12.

Recesione di Roberto Tomei

Ci sono date che, a torto o a ragione, si fissano nella memoria di tutti e che, comunque, vengono spesso ricordate per indicare uno spartiacque tra un prima e un dopo. Tra queste, c’è, ad esempio, il 1848, poeticamente presentato come “la primavera dei popoli” o, come ironicamente lo chiamano i tedeschi, “il grande patatrac”. Tanto grande che da allora, per indicare un sommovimento significativo dello status quo, si dice che “è successo un quarantotto”.

Come il 1848, anche il 1968, che nasce come critica al sistema dell’istruzione, si è presentato ed è stato percepito da subito, anche se non da tutti, come una cesura. Voleva esserlo e lo è stato, sicché è comprensibile che dopo siano stati in tanti, tra i reduci, a divulgarne la memoria, anche se con toni e intenti non sempre celebrativi. Del ’68 si è detto tutto il bene e il male possibile e i “sessantottini”, cioè i protagonisti di allora, sono diventati delle icone, anch’essi personaggi positivi o negativi, a seconda dei casi.

E’ accaduto, così, che in questi cinquant’anni di racconti, di reduci e non, ne sono stati scritti e sentiti tanti, con ampio e disinvolto uso del termine “rivoluzione”, che è proprio l’epiteto su cui si concentra l’attenzione di Pombeni, per il quale il ’68 fu ”senz’altro in gran parte un’operazione intellettuale … che ebbe anche alleati piuttosto subdoli”, sottovalutati dai giovani, come “innanzitutto l’industria culturale, ma ancor più il mercato in generale”.

Di quegli anni ruggenti rimane oggi una memoria relativa, con personaggi dimenticati e altri che si sono ricollocati un po’ dovunque, tra i quali alcuni che è meglio proprio non ricordare. Al di là di tali considerazioni, nel cercare l’eredità del Sessantotto - che non possiamo archiviare come un periodo di semplice utopia, poiché si discusse anche di cose importanti, come equità, lavoro, democrazia, ecc. - l’autore rileva come alla forza della pars destruens non si sia affiancata una pars construens adeguata.

Della prima, Pombeni discute ampiamente nei diversi capitoli del libro, ciascuno dedicato alle “spallate” date dal Sessantotto alle fedi/convinzioni (come il capitalismo, il consumismo, la Chiesa, ecc.) allora ancora imperanti e diffuse, anche se già cominciavano a conoscere non poche incrinature. Quanto alla pars construens, non si può non concordare con lui laddove rileva che, effettivamente, come diceva un motto francese allora in voga, quello del Sessantotto non era che l’inizio e che ancora tanto resta da fare.

Le giovani generazioni, perciò, potrebbero guardare con qualche considerazione al Sessantotto, soltanto ove riuscissero “a stabilizzare in senso positivo, a dare uno sbocco costruttivo alla grande transizione” in cui siamo tuttora immersi e che “i giovani sessantottini intuirono in termini vaghi, più per sensibilità che per ragione, e che oggi è diventata palese”.

Toccherà, dunque, ancora una volta ai giovani continuare la lotta. L’auspicio è che ne abbiano voglia, forza e capacità.

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