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Venerdì, 30 Gen 2026

L’arte di perdere tempo. Piccola celebrazione della sosta e degli imprevisti di Patrick Manoukian, editore Ediciclo, Portogruaro (Ve), 2017, pp.95, euro 8,50.

Recensione di Roberto Tomei

Il volume fa parte della collana “Piccola filosofia di viaggio”, che contiene una serie di titoli, come Il richiamo della strada di Sébastian Jallade, L’ebbrezza del camminare di Emeric Fisset, La seduzione dell’avventura di Alberto Sciamplicotti, La vocazione di perdersi di Franco Michieli, tutti appunto dedicati al tema del viaggiare e alle diverse problematiche che vi ruotano intorno.

L’autore del libro che qui si presenta può essere considerato il prototipo del viaggiatore errante, in età giovanissima avendo già percorso 4.000 chilometri in autostop e vissuto numerose avventure dall’Islanda al Perù, dalle quali ha tratto poi ispirazione per i suoi romanzi.

Nel libro sono raccolte le buone pratiche che ogni viaggiatore deve conoscere e osservare per non essere soltanto un semplice turista. Egli ci spiega così, con tono leggero, l’arte di godersi il mondo, vivendo il viaggio in modo diverso dal solito, con la capacità di affrontare in modo giusto qualsiasi fuori programma, senza considerarlo un ostacolo alla buona riuscita del percorso prestabilito.

L’avventura raccontata nel libro egli l’ha realmente vissuta per il concerto di Woodstock, quando decise di recarvisi per festeggiare il suo ventunesimo compleanno. Da qui l’occasione per svelarci un nuovo modo di vivere il cammino, approfondendo, con citazioni letterarie e artistiche, concetti come l’indolenza e la sosta, strumenti necessari per vivere con intensità il viaggio, in quanto presentati come le sole tecniche che consentono di percepirlo come scambio di emozioni, tra le quali l’incontro inatteso con uno sconosciuto che si trasforma in un’esperienza unica, un insegnamento di vita.

In un tempo di viaggi brevi, tanto che si parla di “mordi e fuggi”, Manoukian ci propone dunque il viaggio indefinito, la filosofia dell’andare, strutturata da momenti di silenzio, pause, interstizi, incontri inaspettati e imprevisti di ogni sorta. “Nel primo viaggio si scopre – dicono i Tuareg – ma è nel secondo che ci si arricchisce”. Del viaggio, soprattutto, non va buttato via niente, parentesi preziose incluse, un po’ come accadeva nelle civiltà contadine, che sapevano bene quel che l’autore ci ricorda, cioè che” siamo fatti di tempo, quello che ci è assegnato per vivere e che prolunghiamo con le nostre convinzioni”.

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