20. 10. 2021 Ultimo Aggiornamento 20. 10. 2021

Draghi, discorso nel segno della restaurazione

Categoria: Il Foglietto

Draghi, l’uomo della provvidenza, il competente, colui che deve condurci fuori dalla burrasca del Covid-19, l’uomo dal quale si attendevano ricette salvifiche, alla fine parlò ma non abbiamo sentito nulla di così innovativo e, soprattutto, definito: tutto è apparso vago.

Ascoltando oggi il suo discorso al Senato prr il voto di fiducia, abbiamo avuto una sola conferma: non c’era alcun bisogno di fare la crisi. Tv, giornali e, soprattutto l’Homo Rignanensis ci hanno detto e ridetto che la crisi era necessaria perché il Recovery plan - o Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che dir si voglia - stilato dal governo Conte, era vago ed incompleto, inadeguato al salvataggio del paese.

L’Uomo che l’Europa e il mondo ci invidiano ci ha detto, invece, non solo che quel governo ben aveva affrontato la pandemìa, ma anche che, quel piano andava bene: «Le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva», occorre solo approfondire alcuni aspetti per guardare ad un orizzonte pluriennale (visto che i 209 miliardi che l’Europa ci darà saranno spalmati su sei anni) che guardi al 2030, se non addirittura al 2050, anno in cui l’Unione europea prevede di diventare ad impatto climatico zero, con un'economia prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra.

Obiettivi strategici: «produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce – si badi bene non la disastrata rete ferroviaria regionale utilizzata dai pendolari - le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G».

Tuttavia, abbiamo trovato inquietanti alcuni passaggi del discorso: «Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule. Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato».

È come dire che chi esprime dissenso, chi non gli accorderà la fiducia, è irresponsabile, non si può avere una visione diversa del mondo. «Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere».

Ha tentato di smorzare il tanto qualunquismo sfoderato dai mezzi di informazione in questi giorni ma sempre nel quadro di una unità politica imprescindibile: «Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità. Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza.

Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo».

Staremo a vedere, ma se il buon giorno si vede dal mattino, sembrerebbe che la litigiosità e l’esibizionismo polemico non sia stato affatto abbandonato. Per ora, si è esibito il Matteo padano, che non ha neppure applaudito alla fine del discorso del Presidente del Consiglio.

Lo stile dei due Matteo è sempre quello: polemizzo per imporre il mio punto di vista e condizionare le altre forze politiche e gli altri membri del governo.

In ogni caso, Draghi sembrerebbe prevedere una durata breve del suo governo e la cosa non preoccupa Super-Mario perché «Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni - egli prevede di avviare, come avvenne nel secondo dopoguerra una Nuova Ricostruzione - A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto. Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti».

Nel discorso, la situazione di giovani e donne è stata spesso citata: «dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti».

Un leit motiv probabilmente dettato anche dalla composizione deludente e prevalentemente maschile della sua compagine ministeriale, che vede estromessi giovani capaci come l’ex ministro del sud Giuseppe Provenzano, mentre ritroviamo buona parte dei ministri presenti dieci anni fa nell’ultimo governo Berlusconi o politici presenti da oltre un quarto di secolo in Parlamento, come Giancarlo Giorgetti.

Quanto alle donne «Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro».

Altro tema ricorrente, l’Unione europea e l’Alleanza Atlantica: «Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine».

Leghisti e sovranisti non sono apparsi entusiasti nonostante Draghi abbia poi aggiunto:«Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano».

Il presidente si è ampiamente soffermato sulle vittime della pandemìa e sugli effetti economici: «Gravi e con pochi precedenti storici gli effetti sulla diseguaglianza. In assenza di interventi pubblici il coefficiente di Gini, una misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, sarebbe aumentato, nel primo semestre del 2020 (secondo una recente stima), di 4 punti percentuali, rispetto al 34.8% del 2019. Questo aumento sarebbe stato maggiore di quello cumulato durante le due recenti recessioni. L’aumento nella diseguaglianza è stato tuttavia attenuato dalle reti di protezione presenti nel nostro sistema di sicurezza sociale, in particolare dai provvedimenti che dall’inizio della pandemia li hanno rafforzati. Rimane però il fatto che il nostro sistema di sicurezza sociale è squilibrato, non proteggendo a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi».

Sembra che a parlare sia qualcuno da sempre estraneo dalle decisioni del paese, eppure sia da direttore dell’allora ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, quando avviò le prime privatizzazioni, e poi da Governatore, prima della Banca d’Italia e poi della Banca Centrale Europea, lo abbiamo sempre sentito osannare le privatizzazioni e sostenere la necessità di un mercato del lavoro più agile, per non parlare poi dei tagli ai servizi pubblici in nome del risparmio, del principio di sussidiarietà e della concorrenza.

Chi ha sostenuto la necessità di fare scelte che hanno portato una crescente disuguaglianza, precarietà nelle vite ed insicurezza sociale e sanitaria, oggi non può venire a fare il salvatore di donne e giovani precari perché è uno dei massimi responsabili della situazione che stiamo vivendo, né può rimarcare che l’economia italiana, rispetto alle altre economie europee, faticherà a tornare allo status quo ante. È il risultato di scelte che in trent’anni l’hanno azzoppata soprattutto al sud.

Quali riforme intende fare questo Governo? Come intende farle? «Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati. Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza».

A tal riguardo, il discorso di Draghi non fornisce risposte esaustive, in particolare, sulla sanità. Ci ripropone la necessità di rafforzare la sanità territoriale ma non ci dice se intende investire sulla sanità pubblica o continuare a finanziare quella privata «Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria). È questa la strada per rendere realmente esigibili i “Livelli essenziali di assistenza” e affidare agli ospedali le esigenze sanitarie acute, post acute e riabilitative. La “casa come principale luogo di cura” è oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata».

Riformare e ammodernare la scuola inserendo nuove materie, coniugando materie scientifiche e umanistiche, rafforzando l’offerta educativa degli istituti tecnici, formando di più il personale scolastico. Fin qui tutto bene, ma manca il rafforzamento del capitale umano, quel che occorre, oltre ad una didattica rinnovata nei contenuti e nella pedagogia, è l’abolizione delle scandalose classi pollaio della Gelmini (che, ironia della sorte, la ritroviamo nella compagine governativa come ministra delle autonomie!).

Quanto alla ricerca, Draghi dice che «occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici». Anche qui, la domanda resta: si vuole investire nella ricerca pubblica o privata?

Una novità nel discorso del neo premier è l’accento sulla necessità di cambiare i modelli di crescita nel rispetto dell’ambiente: «Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta» - e qui ha fatto l’esempio del turismo che «avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato». Chissà che ne pensa il nuovo ministro Massimo Garavaglia, targato Lega.

Sul mondo produttivo è emerso il Draghi del Gruppo dei Trenta: «Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi». Bisogna poi rafforzare le politiche attive del lavoro siccome previsto dal PNRR.

Quanto al mezzogiorno. Draghi non sembra nutrire molte speranze di cambiamento «occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite [… irrobustire le amministrazioni meridionali, anche guardando con attenzione all’esperienza di un passato che spesso ha deluso la speranza». Nessun cenno alle tante iniziative che l’ex ministro Giuseppe Provenzano aveva messo in campo, ma d’altronde con un governo in gran parte composto da ministri del nord, il sud ha poco da sperare. Nessun cenno neppure sulle mafie, forse perché ormai hanno le loro basi operative prevalentemente nella finanza, al nord.

Analogamente, una scarsa considerazione emerge in più parti nei confronti dei dipendenti pubblici: «occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare ed accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di Ripresa e Resilienza».

Quali investimenti si intendono fare? «Particolare attenzione va posta agli investimenti in manutenzione delle opere e nella tutela del territorio, incoraggiando l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di Intelligenza artificiale e tecnologie digitali. Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti».

L’elaborazione della proposta di riforma fiscale, invece, va affidata ad un pool di esperti, una cosa è certa occorre una riforma complessiva anche per rendere più difficili gli interventi di specifici gruppi di pressione volti ad ottenere misure a proprio esclusivo vantaggio.

«Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio. In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività». A proposito di lotta alle disuguaglianze, dunque, nulla si dice in merito alla necessità di innalzare la soglia di esenzione, di introdurre una progressività a piccoli scaglioni.

Quanto alla P.A. posta nuovamente nelle mani di Brunetta, «La fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni e dei servizi di interesse collettivo è, tuttavia, una realtà che deve essere rapidamente affrontata».

«La riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini; aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici – ma, qui viene il bello - anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati». Che significa? Semplice selezione per titoli intuitu personae?

Occorre poi riformare la giustizia, così come ci chiede l’Ue, soprattutto aumentando «l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza (sic!)…adottando norme procedurali più semplici… e infine favorendo la repressione della corruzione». Quest’ultima affermazione non si comprende se sia riferita al sistema giudiziario.

Infine, la politica estera: è necessario «perseguire uno scambio più intenso con i partner con i quali la nostra economia è più integrata…Francia e Germania. Ma occorrerà anche consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria: Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato NATO…L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati… Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati». Nessun cenno né alle vicende Regeni né a Patrick Zaki, da più di un anno rinchiuso ingiustamente nelle galere egiziane.

Insomma, tutto nel segno della restaurazione, seppure ammantato da una spennellata di verde e di rosa.

Adriana Spera
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