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Martedì, 20 Ott 2026

di Roberto Tomei

La vicenda delle epigrafi in lingua latina presenti sulle facciate della sede dell’Istat di via Cesare Balbo, oggetto di un nostro articolo del 18 settembre ha fatto registrare nei giorni scorsi alcune novità.

Innanzitutto ci ha scritto Fabio Leone, autore de "Le facciate parlanti" (III, Rioni Monti, Trevi e Colonna, edizione MMC, 2010) che, avendo a suo tempo donato all’Istat  una copia del volume, riferisce “di aver fatto notare gli errori dei testi latini sulle targhe della sede dell'ente”.

Quindi l’Istat, anche prima del nostro articolo, era al corrente del pasticciaccio latino.

Rebus sic stantibus, sono in tanti a chiedersi come mai nessuno, fino a oggi, abbia avvertito la necessità di un pronto intervento che, nel giro di poche ore, avrebbe rimesso le cose a posto.

Secondo fonti degne di fede, sembrerebbe che la questione sia stata tutt’altro che ignorata dai vertici dell’ente. Anzi, vi sarebbero state non poche riunioni dedicate alla inconsueta vicenda, approdata addirittura sia su Repubblica che sul Messaggero.

Sempre più assordanti rumors hanno fatto trapelare l’esistenza di una summa divisio tra il partito dei “restauratori”, che vorrebbe al più presto riportare le epigrafi ai testi originari di Tacito e di Tito Livio, e quello - risum teneatis - dei “conservatori”, che vorrebbe lasciare tutto così com’è, cioè nella versione palesemente e grossolanamente errata.

Stupor mundi, sarebbe proprio quest’ultimo partito a riscuotere maggiori consensi, incautamente dati all’ardito assioma secondo cui “sarebbe un errore rimuovere gli errori”, in quanto testimonianza, essi errori, di un particolare momento storico (quale?).

A nostro avviso, il nodo gordiano potrà essere sciolto, ratione officii, soltanto dal direttore della comunicazione dell’ente statistico, Patrizia Cacioli che, con la sua proverbiale autorevolezza e competenza anche nella lingua latina, non dovrebbe avere difficoltà a mettere all'angolo il partito dei "conservatori".

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