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Venerdì, 30 Gen 2026

di Biancamaria Gentili

Ancora un attacco da parte del governo in carica a quel che resta del welfare.

A farne le spese, questa volta, sono quanti, soprattutto donne, negli anni passati hanno utilizzato e continuano a utilizzare un diritto a titolo oneroso, vale a dire il part time, che - come noto - comporta un drastico taglio dello stipendio, in misura percentuale pari alla riduzione della prestazione lavorativa.

Chi ricorre al part time lo fa soprattutto per sopperire alle difficoltà familiari, acuite dalla sempre più grave carenza di servizi pubblici. A riconoscere il diritto pieno al part time era stato il decreto legislativo n. 61/2000, di recepimento della direttiva europea 97/81/CE, che, tra l’altro, escludeva tassativamente ogni e qualsiasi discriminazione nei confronti del lavoratore part time rispetto a quello a tempo pieno, con la conseguenza che in nessun caso il datore di lavoro poteva modificare unilateralmente la durata della prestazione lavorativa.

Con il decreto legge 112/2008, prima, che ha trasformato il diritto al part time in una possibile concessione da parte del datore di lavoro, e con la successiva legge 183/2010 (c.d. collegato lavoro), che ha autorizzato i datori di lavoro a riesaminare, entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge stessa, i provvedimenti di concessione del part time adottati prima dell’entrata in vigore del decreto 112, le intenzioni del governo sono apparse del tutto chiare.

A vedersi revocato il part time sono stati in tanti e immediato è stato il ricorso ai tribunali.

Il primo giudice a pronunciarsi è stato, il 4 maggio scorso, quello di Trento.

Per i fautori della legge è stata un vera dèbacle, dal momento che le motivazioni con le quali il giudice, con procedura d’urgenza, ha accolto il ricorso proposto da una dipendente dello stesso tribunale che, dall’oggi al domani, si era visto revocare il provvedimento di concessione del part time, non sembrano lasciare dubbi sulla illegittimità della norma contestata, che viola palesemente una direttiva vincolante dell’Unione Europea.

Una prima, significativa sconfitta per un governo, che paradossalmente e beffardamente si fregia di un ministero per le politiche della famiglia e di un altro per le pari opportunità, i cui compiti sembrano essere quelli di penalizzare quanti per la famiglia, quotidianamente, fanno enormi sacrifici.

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