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Martedì, 28 Lug 2026

di Roberto Tomei

Fu Marco Revelli, circa vent’anni fa, a farmi capire che l’ascensore sociale in Italia non solo si era bloccato ma che, per la prima volta nella storia, era addirittura concreto il rischio che per i giovani si profilasse un futuro assai più difficile di quello dei padri.

Ormai questa constatazione è diventata, purtroppo, patrimonio comune e sono di uso generale le dicotomie  dentro/fuori, sicuro/insicuro, a indicare la contrapposizione tra i vecchi – garantiti e i giovani – non garantiti.

Dal dopoguerra a oggi, a fasi in cui era più facile trovare lavoro sono succedute altre in cui lo era meno, ma mai abbiamo vissuto una crisi così lunga e profonda, dalla quale gli economisti dicono che usciremo presto, ma continuano sistematicamente a procrastinare il momento a partire dal quale dovremmo esserne fuori. Concordano tutti, comunque, sul fatto che la ripresa non porterà subito anche occupazione, quanto meno non in termini significativi.

Ora, se ci si chiede quale ruolo può svolgere la pubblica amministrazione in questo scenario, è d’uopo anzitutto ricordare che essa, tra le altre cose, è stata, storicamente, anche un “ammortizzatore sociale”, dando un lavoro a chi non l’aveva, soprattutto in certe aree depresse o meno sviluppate del paese.

Si faceva, insomma, crescere il debito pubblico per avere pace sociale; uno scambio forse non virtuoso, comunque oggi non più praticabile, perché l’Europa non lo permette.

Ce lo ricordano tutti i giorni che si devono tenere i conti a posto. Ma se per i giovani già prima era difficile entrare nel mondo del lavoro, era intuibile che lo sarebbe stato ancora di più innalzando l’età  pensionabile. In ogni caso, nella pubblica amministrazione ci sono più di centomila precari. Che cosa vogliamo farne? Molti di loro hanno la stessa età di Matteo Renzi, che fa il presidente del consiglio. Sarebbe il caso che anch’essi potessero guardare al futuro con un po’ di tranquillità, senza vedersi continuamente ballare la terra sotto i piedi.

Ecco che, proprio mentre il ministro competente tenta di abbozzare qualche risposta, un altro ministro esordisce dicendo che “un sistema sano non manda a casa gli anziani”. Osservazione che, a una saggezza disarmante, unisce il pregio di non affrontare i problemi sul tappeto. E comunque, è certo che un sistema sano non lascia fuori i giovani. Ma è proprio questo il punto, cioè che il sistema, per quanto sopra si è detto, non è sano e, dunque, occorre trovare dei rimedi, pure estremi, se necessario, per raddrizzarlo.

Con tutto il rispetto per gli “anziani”, è ora di far sì che i giovani possano vivere, anche loro, quella vita che “gli anziani” hanno già vissuto. Augurando a questi ultimi, tanto più che sono uno di loro, di viverla ancora a lungo e serenamente.

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