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Domenica, 22 Mar 2026

altTranne chi vive di rendita, ma si tratta di una porzione insignificante della popolazione, nell’arco della propria vita la maggioranza dei cittadini confida prima di trovare un lavoro, meglio se gratificante, poi di godere di una meritata pensione per la vecchiaia.

Ora, ancorché fondante della Repubblica, il lavoro è diventato quasi una chimera, ma anche prendere la pensione è come afferrare Proteo, perché, quando pensi di averla acciuffata, questa ti sfugge dalle mani e ti tocca attendere ancora per poterla ottenere.

Come tutti tristemente ricordano, fu il governo Monti, attraverso la ministra Fornero a procrastinare, tra le lacrime - piangeva lei, figuriamoci chi la stava a sentire - la data di uscita dal mondo del lavoro: non più 40 anni di contributi ma 42, per di più destinati progressivamente ad aumentare.

Sennonché, la scorsa settimana, prima il neo presidente dell’Inps, Tito Boeri, poi il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, hanno fatto sapere di essere pronti a una revisione di tale meccanismo e che la modifica diventerà norma a tutti gli effetti con la prossima legge di stabilità.

Per ora, siamo agli esercizi accademici tra i due depositari dei cordoni della borsa pensionistica italiana.

Per Boeri, infatti, l’Inps deve avere un ruolo propositivo e di consulenza del governo e, in tale contesto, avanzerà proposte, oltre che sugli esodati, anche sull’età flessibile per le pensioni e il reddito minimo anti povertà.

In sintonia con Boeri, anche Poletti, ministro del lavoro, è tornato sul tema dell’età flessibile per le pensioni, ulteriormente precisando che ci sono al momento quattro ipotesi di riforma, che non si escludono tra loro, anche se sarà assai difficile che possano transitare tutte nella legge di stabilità, sia perché occorre compiere scelte precise, sia perché occorre trovare le coperture adeguate. I diritti, insomma, costano.

La prima ipotesi è quella di contenere la “botta” della legge Fornero, lasciando ai lavoratori la scelta su quando uscire, in un arco tra i 62 e i 70 anni, con corrispondenti penalizzazioni e premi, anche se sui premi per chi resta circola un certo scetticismo. Di sicuro, all’uscita anticipata corrisponderà una riduzione dell’assegno.

Altra ipotesi, da tempo cara a Boeri, è quella del reddito minimo, diretto ad assicurare la protezione per gli esodati, già rimasti, o a rischio di restare, senza pensione.

La terza ipotesi è quella del prestito pensionistico: chi esce in anticipo riceve un modesto assegno (pare 700 euro al mese), che restituirà a rate al raggiungimento dei requisiti per l’uscita normale, ma accettando anche una riduzione dell’assegno.

L’ultima ipotesi è quella del ritorno alla cosiddetta integrazione al minimo (cancellata dalla riforma Dini), che garantiva che la pensione non potesse essere più bassa di una certa somma, con l’eventuale differenza pagata dallo Stato, anche se i contributi versati erano pochi.

Quando ci saranno, se ci saranno, saremo lieti di parteciparvi tutte le novità.

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