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Domenica, 25 Ott 2026

Palazzo della Consulta, sede della Corte CostituzionaleLa Corte Costituzionale ha depositato la sentenza n. 178/2015, con la quale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale sopravvenuta, a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza stessa nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e nei termini indicati in motivazione, del regime di sospensione della contrattazione collettiva del pubblico impiego.

Come molti lettori ricorderanno, il dispositivo della predetta decisione era stato reso pubblico lo scorso 24 giugno, evento al quale Il Foglietto aveva dedicato un articolo, a firma di Franco Mostacci, dal titolo Dopo la sentenza della Consulta, riparte la contrattazione nel pubblico impiego. Ma gli aumenti saranno una miseria.

Il governo, non appena la sentenza apparirà in Gazzetta Ufficiale (tra circa una settimana), dovrà adottare atti concreti per dare immediata attuazione alla decisione dei giudici del Palazzo della Consulta, sbloccando, dopo quasi sei anni, la contrattazione nazionale, che interessa circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici.

In concreto, il Consiglio dei ministri dovrà reperire i fondi necessari per la copertura della spesa e approvare l’atto di indirizzo, che per legge dovrà essere deliberato dall’Aran.

I nuovi contratti, per i diversi comparti di contrattazione, avranno durata triennale e decorreranno, come già sottolineato, dal primo giorno successivo alla pubblicazione della sentenza della Consulta in Gazzetta.

Ma è proprio l’attuale numero dei comparti, pari a 13, a rappresentare un grosso punto interrogativo sui tempi dello “sblocco”. Il decreto legislativo “Brunetta” (n. 150/2009), infatti, ha previsto che essi non possano essere più di quattro.

Al momento, non è dato sapere se lo “sblocco” deciso dalla Corte Costituzionale avverrà con i vecchi comparti oppure se si dovrà attendere che Aran e organizzazioni sindacali sottoscrivano, siccome previsto dalla legge, un accordo per la drastica riduzione degli stessi comparti.

In quest’ultimo caso, i nuovi contratti potrebbero attendere non poco prima di vedere la luce, ove si tenga conto che sei anni non sono stati sufficienti per dare concreta applicazione alla norma “Brunetta”.

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