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Venerdì, 30 Gen 2026

Per quanto ormai avvezzo ai continui cambi di fronte di chi prima diceva una cosa e poi arriva a sostenere il suo contrario, leggo un filo divertito il capitolo dell’ultimo Global finance stability report del Fmi, dove si discorre del potente emergere della finanza non bancaria, nei mercati internazionali, e del suo rapporto con le politiche monetarie, che in qualche modo hanno favorito e in qualche altro se ne giovano adesso. E scopro così che la finanza non bancaria, che contribuisce a quello che con dizione assai meno rassicurante si chiama shadow banking, oggi è divenuto addirittura un fattore di stabilità.

Mi dico che non devo stupirmi e che in fondo solo i morti non cambiano idea. E così m’immergo nella lettura del documento che esordisce ricordando come “la struttura dei mercati finanziari sia cambiata considerevolmente” a causa dell’innovazione finanziaria e, soprattutto, dell’indebolirsi dei bilanci bancari che, unito con l’irrigidimento della regolazione finanziaria, ha supportato “un forte spostamento dai prestiti bancari all’emissione di bond”. In sostanza, i debiti si fanno sempre più sul mercato dei capitali e sempre meno con le banche.

Tale evoluzione ha portato gli osservatori a farsi una semplice domanda: questo cambiamento ha reso meno efficace la politica monetaria della banca centrale? Quest’ultima, è bene ricordarlo, in teoria muove tassi a breve e riserve bancarie per trasmettere i suoi indirizzi al sistema finanziario. Ma se le banche sono sempre più “distaccate” dal circuito, ciò vuol dire che le BC hanno meno possibilità di agire?

Questa domanda vi parrà oziosa, ma in realtà ha perfettamente senso in un mondo che si interroga sempre più sulle possibilità che sono rimaste alle banche centrali per provare a stimolare l’economia, o almeno riportarla a un’inflazione sostenibile.

Perciò la domanda del Fmi è tutt’altro che oziosa. Si tratta nientemeno che di capire da dove passi – ammesso che passi altrove – la politica monetaria. E quale possa essere il contributo dello shadow banking all’intonazione dei mercati finanziari.

Gli appassionati della materia faranno bene a leggere l’analisi integrale. Qui, per non rubarvi troppo tempo, mi limito al risultato più evidente. Ossia che “la crescente importanza delle “non banche” nell’intermediazione finanziaria ha rafforzato la trasmissione della politica monetaria negli ultimi 15 anni”. Addirittura, “la potenza della politica monetaria sembra essere aumentata in vari paesi e sembra essere, in media, più forte nei paesi con settori finanziari non bancari più grandi”.

La conseguenza è che “gli effetti della politica monetaria sulla stabilità finanziaria stanno diventando più importanti” proprio in ragione del prepotente emergere di queste entità non bancarie. Che perciò devono essere considerate dai policy maker, ricordando il fatto che possono essere ottimi alleati per la politica monetaria e quindi la stabilità.

Sicché, la questione diventa non tanto temerle, quanto conoscerle, queste entità. Lo shadow banking ormai è troppo grande per essere ignorato e altrettanto misterioso. Perciò il Fmi auspica che si colmi il gap di dati che ancora affligge questo settore. Ma nel frattempo un risultato è stato raggiunto. Lo shadow banking non fa più paura. Ora fa bene.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

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