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Mercoledì, 06 Mag 2026

La questione è quanto mai delicata. Non solo dal punto di vista religioso e cattolico. Si tratta del fine vita, del suicidio assistito o, per semplificare non sempre correttamente, dell’eutanasia. Pende su questa problematica il referendum indetto dai radicali e una discussione parlamentare per una legge ad hoc, dopo che la Corte costituzionale ha sentenziato e spinto in tal senso.

L’altro ieri Papa Francesco è intervenuto di nuovo sul tema. "Non c'è un diritto alla morte – ha affermato –. Dobbiamo accompagnare alla morte, ma non provocare la morte o aiutare qualsiasi forma di suicidio. Ricordo che va sempre privilegiato il diritto alla cura e alla cura per tutti, affinché i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati". E ancora: "La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata. E questo principio etico riguarda tutti, non solo i cristiani o i credenti".

Naturalmente il Papa ha tutto il diritto di esercitare il suo magistero sui temi etici riguardanti la vita, sia per ciò che concerne l’inizio che per la fine. A patto che non si pretenda di uniformare la legge dello Stato laico ai dogmi o anche soltanto ai precetti della religione cattolica. E su questo, nonostante i passi avanti compiuti in particolare da Papa Francesco, la Chiesa non riesce ancora pienamente ad acquisire il principio laico d'indipendenza reciproca fra Stato e Chiesa stabilito nel primo comma dell’art. 7 della Costituzione: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

Vi è, poi, un altro piano, più strettamente cristiano, su cui Bergoglio dovrebbe interrogarsi e che, anche con le dichiarazioni dell’altro giorno, sembra eludere: la carità, che è virtù teologale, la pietà e la misericordia che dovrebbero esercitarsi per salvaguardare la dignità e la libertà della persona, cioè dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Il problema non è se la vita è un diritto o meno. Certo che lo è e va benissimo la promozione delle cure palliative volte a limitare le sofferenze dei malati terminali, ma il problema nasce quando queste cure diventano talmente accanite da mettere in discussione la dignità del vivente e quella del morente e la sua autodeterminazione a decidere se continuare in una sofferenza senza ritorno o nel mettervi fine dignitosamente.

La Chiesa, in queste ultime settimane, sembra volersi misurare con una legge che stabilisca le condizioni concrete per il diritto all’autodeterminazione della persona sul fine vita. Ma questa disponibilità c’è anche perché essa percepisce che su questa questione di libertà, l’opinione pubblica è largamente d’accordo e l’esito referendario potrebbe essere più negativo di una legge che limitasse i danni per il dogma ecclesiastico secondo cui la vita appartiene a Dio e a lui soltanto. Infatti, l’esperienza di vedere morire un proprio caro tra sofferenze indicibili e per nulla dignitose o vederlo vivere vegetando, è vasta, ha toccato e tocca anche innumerevoli cattolici.

Il Vaticano ha imparato dalle vicende del divorzio e dell’aborto che anche i cattolici, o almeno la loro maggioranza, posti di fronte a problemi concreti che riguardano la loro vita vissuta non seguono dogmi e precetti se essi mettono in discussione la libertà di autodeterminazione.

Il problema della Chiesa, quando si toccano temi delicatissimi come quello della vita, è se riesce a trattarli mettendo da parte quel tanto di “clericalismo” che ancora persiste in essa e che lo stesso Papa Francesco, parlando di altre questioni importantissime, ha definito pochi giorni fa in TV da Fazio "una perversione della Chiesa, che porta a posizioni ideologicamente rigide”.

L’antidoto al “clericalismo”, il cristianesimo cattolico ce l’ha: carità, misericordia, pietà.

Aldo Pirone
scrittore e editorialista
facebook.com/aldo.pirone.7

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