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Venerdì, 30 Gen 2026

di Franco Mostacci

Per non smentire gli annunci del Governo, che ha quantificato in 25 mld in due anni l'impatto della manovra correttiva, la Banca d'Italia, nel corso dell'audizione in Parlamento di giovedì 10 giugno, ha utilizzato un'elegante locuzione, affermando che "la manovra prevede una riduzione del disavanzo tendenziale che giunge a 25 miliardi nel 2012".

Ma la realtà è ben diversa.

I numeri della Relazione tecnica allegata al d.lgs. 78, parlano di 62 mld di euro nel triennio, frutto di minori spese per 39,8 mld e di maggiori entrate per 22,2 mld.

Un sesto del totale, fa sapere il servizio studi della Commissione Bilancio del Senato, lo pagheranno i pubblici dipendenti.

Oltre al blocco del turn over si avrà il congelamento degli stipendi fino al 2013 senza possibilità futura di recupero, la riduzione delle finestre di uscita per il pensionamento e la trasformazione "pro rata" del trattamento di fine servizio nel meno remunerativo Tfr, per i lavoratori assunti prima del 2001.

Una serie di provvedimenti strutturali che accompagneranno il lavoratore per tutta la vita, riducendone pesantemente le disponibilità economiche future ed incidendo, secondo le più note teorie economiche, sulla propensione marginale al consumo.

Il Governo risparmierà ulteriori 23,3 mld con il patto di stabilità interno, ovvero con minori trasferimenti agli enti locali. Questi a loro volta dovranno aumentare le misure impositive di loro competenza,  ridurre i servizi sociali e aumentare le tariffe locali (trasporti pubblici, rifiuti, asili nido, ecc.), con conseguente diminuzione del reddito disponibile delle famiglie.

E poiché la manovra correttiva non include alcuna misura che favorisce lo sviluppo, sono in molti a ritenere che avrà un effetto "depressivo" sull'economia, in un momento di timida ripresa, dopo la crisi del 2008-2009 le cui conseguenze devastanti sui livelli occupazionali hanno causato ferite tutt'altro che rimarginate nel tessuto socio-economico.

La Banca d'Italia evidenzia che "a parità di tutte le altre condizioni (in primo luogo ciclo economico, inflazione, stabilità dei tassi, ndr), nel biennio 2011-12 la manovra potrebbe cumulativamente ridurre la crescita del Pil di poco più di mezzo punto percentuale, attraverso una compressione dei consumi e degli investimenti". Per cui, diminuendo il denominatore, il rapporto deficit/Pil al 2012 non scenderebbe al 2,7% come ipotizzato dal Governo ma si attesterebbe al 3%.

Se poi si considerano le stime di crescita per l'Italia del Fmi, che sono più prudenziali rispetto a quelle ipotizzate nella Ruef di Tremonti, il disavanzo salirebbe al 3,5%. Anche i tecnici del Senato rilevano che "qualora le misure contenute nel DL dovessero avere effetti negativi sulla dinamica attesa del Pil - gli indicatori di finanza pubblica risulterebbero modificati, sia per effetto della riduzione del denominatore, sia per la connessa variazione del gettito delle entrate".

Sempre che gli obiettivi della manovra siano raggiunti, soprattutto dal lato delle entrate che dovrebbero derivare dal potenziamento dei processi di accertamento (11 mld) e dalle misure anti-evasione (8,8 mld).

Ma al di là delle speculazioni sui numeri, l'attuale situazione preoccupa un nutrito gruppo di economisti italiani, che auspicano una politica economica che scongiuri una ulteriore caduta dei redditi e dell'occupazione e criticano una politica restrittiva, come quella attuata dal Governo, che finisce per aggravare la crisi, alimentare la speculazione e può condurre alla deflagrazione della zona euro.

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