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Venerdì, 30 Gen 2026

di Adriana Spera

Un anno fa una situazione come quella attuale in Italia appariva impossibile. I fondamenti dell'economia sembravano solidi.

Il rapporto debito/pil era già stato al 120% in momenti di crisi economica e, comunque, al netto della spesa per interessi, risultava inferiore a quello francese e inglese e di poco superiore a quello tedesco.

La crisi dei subprime aveva investito solo parzialmente il paese. Il tasso d'inflazione e quello ufficiale di disoccupazione erano in linea con quelli europei. L'unico problema appariva la bassa crescita economica conseguente sia all'elevata precarizzazione del lavoro che alla concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza.

All'inizio del 2011 Deutsche Bank ha venduto 7 mld di titoli del debito pubblico italiano, innescando la dismissione da parte di altri investitori privati e pubblici e il conseguente innalzamento del differenziale tra l'interesse corrisposto sui titoli pubblici italiani e tedeschi.

Le aspettative negative sul valore futuro dei titoli italiani hanno provocato un aumento dei tassi d'interesse sui derivati posti a garanzia dei titoli di Stato (Credit Default Swaps - Cds).

Come ha scritto nei giorni scorsi Andrea Fumagalli, il problema più serio sono le elevate plusvalenze che vanno nelle tasche dei possessori dei Cds.

Deutsche Bank, essendo una delle cinque banche che detengono il controllo del mercato dei Cds, in questi mesi ha quintuplicato le plusvalenze su di essi.

Sarà difficile uscire dalla morsa di una speculazione dovuta solo in minima parte a investitori privati ma che è prevalentemente riconducibile alle spinte egemoni dell'economia tedesca su Eurolandia e a un'idea di Unione niente affatto corrispondente a quella di illustri europeisti, primo tra tutti Altiero Spinelli, che vedevano in essa la sola via per approdare ad una pace duratura nel continente basata sulla solidarietà reciproca tra i popoli.

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