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Venerdì, 23 Ott 2026

di Adriana Spera

Ancora una volta, di fronte ad una situazione di crisi, si parla di "riforma delle pensioni". Siamo così alla vigilia della quinta ipotetica riforma che, invece di affrontare una volta per tutte le anomalie del sistema previdenziale, appare finalizzata a fare cassa.

Un accanimento che avrà effetti recessivi su un'economia già in apnea, che è sostenuto sia dal mondo politico espressione delle lobby che da quello avido e miope degli imprenditori.

Costoro mirano a indebolire ulteriormente i lavoratori e garantirsi maggiori disponibilità derivanti da un minore esborso da parte degli enti previdenziali e dalla possibilità di disporre di risorse finanziarie a costo zero per il differimento del Tfr, spettante ai lavoratori all'atto del pensionamento.

Il nostro è attualmente un sistema previdenziale con un attivo più alto del programmato (27,9 mld nel 2009, pari all'1,8% del Pil). Tuttavia, se di riforma e di risparmi si vuole parlare, occorre porre mano ad una riforma del mercato del lavoro che, anziché liberalizzare, cancelli la legge Biagi, che prevede decine di tipologie contrattuali basate sulla decontribuzione. Un meccanismo che produrrà in futuro pensioni al di sotto della soglia di povertà.

Vanno, invece, unificati gli enti previdenziali, alcuni dei quali in rosso o per un deficit contributivo o perché, con le privatizzazioni, i fondi accumulati dalle società pubbliche sono finiti nella casse dello Stato. Occorre poi separare la previdenza dall'assistenza. Sono a carico della prima, sia la cassa integrazione che le pensioni di invalidità.

Infine, è urgente mettere mano all'anomalia del cumulo delle pensioni, ben nota a molti membri di Governo e Camere, nonché alle anomalie del sistema previdenziale dei parlamentari, i cui contributi rendono undici volte quelli dei comuni mortali.

Last but not least, combattere il lavoro nero.

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