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Mercoledì, 06 Mag 2026

altI lettori abituali, ma anche gli occasionali più attenti, si sono accorti che qui al Foglietto al rispetto delle regole della nostra lingua ci teniamo molto.

In redazione, infatti, c’è un’attenzione quasi maniacale nei confronti persino del più trascurabile errore di battitura. Tutto questo, naturalmente, per cercare di dare al pubblico il prodotto migliore possibile.

Si capisce, perciò, che, quando si pubblica un libro che può aiutarci nel lavoro, l’evento cattura subito il nostro interesse.

Così è avvenuto anche per “La situazione è grammatica. Perché facciamo errori. Perché è normale farli”, di Andrea De Benedetti, recentemente edito da Einaudi (pp. 134, euro 12), una sorta di viaggio alla scoperta dei più comuni errori di italiano degli italiani. Un viaggio dal quale c’è molto da imparare e nel quale c’è altrettanto da sorridere

Sennonché, ultimata la lettura, ci sentiamo di essere in discordante accordo con l’autore, che quasi invita a far pace con gli strafalcioni, sul presupposto che non si può escludere che in un futuro, magari prossimo, essi potrebbero rappresentare la forma corretta di esprimersi.

Gli errori, insomma, sarebbero innanzitutto sintomi da comprendere e interpretare, dato che ciò che è sbagliato oggi potrebbe non esserlo più domani.

D’accordo che “La lingua dei nativi digitali, degli hipster, dei chattatori seriali, dei googlatori compulsavi, dei wikipedisti fondamentalisti non può essere la stessa di chi è cresciuto coi televisori in bianco e nero”. Tutto cambia, quindi anche la lingua è soggetta a cambiamento.

Noi siamo, tuttavia, del parere che un po’ di regole del gioco debbano pur esserci,  perché – come l’autore stesso ricorda – “l’italiano è un bene comune” e ”Il suo uso è libero e gratuito ma comporta delle responsabilità”.

In conclusione, senza assurgere a sentinelle dell’italiano, riteniamo che certe “spericolate escursioni” nella nostra lingua non debbano essere consentite e che, quando qualcuno se le permette, l’evento meriti almeno una piccola censura, quale viatico a un ravvedimento operoso.

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